Torrioni e Vedette

di Pietro Monti

La storia delle fortificazioni ischitane inizia nel sec. IX, quando si sentì la necessità di proteggere le coste; risale infatti a papa Leone III l'appello inviato a Carlo Magno per chie­dere il suo aiuto contro i Saraceni che avevano devastato l'Isola, durante il saccheggio dell'812.
Questo grave episodio impose urgente il problema della difesa dell'Isola, dove già verso la fine del Mille troviamo avviato un sistema difensivo, nella forma più naturale: arroccarsi sulle alture, sui dirupi a picco sul mare, sulle località notevolmente elevate.
Ricordi tipici di questi luoghi di rifugio, rimasti sull'Isola medievale,  sono:   il casale «at Bicum» (Monte  di Vico) «una cum integrum montem et turre seu bineas»; monastero et ec­clesia sita in monte qui dicitur cementara (Lacco Ameno); Noja (Fontana); Toccaneto  (Buonopane),   «Murpano  et Eramo»;   i casali intorno al monastero di «sancti hangeli alloquio» (Isolotto di S. Angelo); « monasterii nostri sancti costantii » (collina di S. Costanzo a Testaccio?); i casali di cala et sala (Casamicciola; «Campanianus» (Campagnano); «Cufa», la «Campagnola», «Furio»;  il castra   (Castello), quest'ultimo viene poi favorito dall'aiuto e dalle concessioni bizantine (1).
La presenza delle guarnigioni «guarno» dislocate lungo le marine si manifestò insufficiente, specie nel casale di «Furio», troppo esposto agli attacchi pirateschi, per la qual cosa la gente fu costretta ad abbandonare la marina di Citara e rifugiarsi in un luogo più alto e più sicuro, ove si trova l'attuale abitato di S. Vito. Ed anche qui, verso il mille, il paesaggio si trasforma.
Ad arginare la desolazione, derivante spesso dalle imprese dei corsari che precludevano le vie del mare, Napoli, Ischia, Gaeta ed Amalfi   furono costrette ad allearsi e farsi tributarie dei Saraceni, nonostante gli anatemi pontifici. Le Repubbliche marinare, deponendo gli antichi rancori, stipulavano contratti di mutua difesa. Fin dal 1135, troviamo Ischia affiancata ai Pisani, che concedevano agli Isclani lo sgravio del dazio nella loro città sulla merce sia di esportazione che d'importazione: «Isclani Cives a tempore cuius memoriam non habent sunt immunes ut Cives Pisani... » (2).
Un incremento notevole della difesa della costa tirrenica si ha nei sec. XII e XIII, ad opera degli Angioini. Pure sul Ca­stello d'Ischia, re Carlo fa costruire il Maschio, fa sorgere, nello specchio d'acqua sottostante alla Rocca, il porto con relativo arsenale; le navi presidiano i tratti di spiaggia più espo­sti alle insidie degli sbarchi o scarsamente protetti da terra. Ciò nonostante la flotta angioina si rivela insufficiente, per cui si deve ricorrere all'abbinamento torre-nave nel tentativo di risolvere definitivamente il problema (3). Una certa stasi di fortificazioni litoranee si verificò nel secolo XIV, però all'assen­za del potere politico supplì il misero sforzo della chiesa locale, cercando di costruire mura difensive intorno ai luoghi sacri indifesi, e a rinforzare la vigilanza. È del 1374 l'intervento di mons. Bartolomeo Bussolaro, vescovo d'Ischia, che fa erigere quattro hospicia, annessi a centri di culto, a Barane, Futane, Castaneti, e chiusure presso le possessionum Sancte Restitute, ed intorno ai giardini « viridaria » che circondavano la catte­drale e l'episcopio,  sul Castello  « Gironis ».
Nel secolo XV si riutilizza il vecchio sistema di vedette apportando modifiche e rafforzamenti là dove era possibile l'introduzione delle armi da fuoco.
Il secolo XVI, con il riaffiorare dapprima ed il dilagare poi della pirateria organizzata, segnò una svolta fondamentale nella storia delle fortificazioni litoranee. Si trattava ora non più di pirati isolati ed abituati alla semplice scorreria ma di una vera e propria serie di flottiglie espertissime nello sbarco e nella conquista. Ai Saraceni subentrano i Turchi ed i loro sudditi della Barberia (Marocco, Tunisia e Algeria).
Il primo nucleo di torri costiere, edificate ex novo, deve farsi risalire alle iniziative di don Pedro di Toledo che emanò, nel 1532, gli ordini relativi. L'attuazione di un sistema capillare dì vedette si ebbe solo a partire dal 1563. Cosi scriveva nel 1568 l'allora viceré don Parafan de Ribera, ai vari governatori provinciali « ...nelli anni et mesi passati per servizio di S. Maestà defensione et guardia de li popoli di questo regno, fu per noi ordinata la costruzione generale delle torri per tutte le marine di questo Regno, et per virtù de detti nostri ordini si sono fabbricate alcune torri et altre restano a farsi: et quelle che sono fatte intendemo che bisognano visitarse a fine di si stanno ben compiile et ben fatte... » (4).
In quest'area, le uniche torri regie, fabbricate sull'Isola a forma quadrata, furono quelle di Monte di Vico, di Sant'Angelo e di Punta della Cornacchia (Forio), oltre alle fortificazioni murarie eseguite intorno al Castello. Dell'unica torre regia, eretta a Forio, si fa menzione in un documento del 1741: quella della « Cornacchia », situata sulla costa, presso Punta Caruso, si trova elencata nel numero dì quelle torri da riparare in Terra di Lavoro, e dovette essere stata costruita, per lo meno un secolo prima, se già allora abbisognava dì ripara­zioni (5).
Purtroppo, come altrove, la maggior parte delle spese ven­ne fatta ricadere sulle varie comunità locali. In tal modo si vennero a creare dei vuoti là dove le ristrettezze economiche impedivano la costruzione della torre o il mantenimento del corpo di guardia. Non erano infrequenti i casi di vedette già erette e munite di artiglieria ma prive di guarnigione.
In altri casi, dove ì casali rivieraschi correvano serio pericolo, dovette intervenire la Chiesa locale, direttamente o in­direttamente, mediante gli ordini religiosi, che si accollarono l'onere di costruire alcuni fortilizi vitali. Nel sec. XIV, accosto alla chiesa di S. Maria della Scala, i Frati Agostiniani eressero un fortilizio, oggi torre campanaria della chiesa cattedrale d’Ischia; nel 1590 , accanto alla chiesa di S. Restituta,  i Frati Carmelitani costruirono un convento e torre, come ri­fugio per la comunità religiosa e per i fedeli, oggi torre co­munale, con orologio pubblico.
Ma là dove non fu possibile l'intervento diretto dell'autorità civile e religiosa supplì l'eroismo e la generosità dei privati, dei nuclei familiari «de particolari cittadini», come si verificò in Forio.
Pochi autori si occuparono dell'argomento né tutti sono sempre d'accordo circa il numero delle torri, nessuno offre dettagli di sorta. Tuttavia balza ugualmente chiaro che sul territorio di Forio, un casale «de grande habitazione», fu realizzato il maggior numero di torri, con un sistema particolarmente fecondo, ad opera di iniziative private, a cominciare dal Torrione, - l'unico fortilizio condotto a spese dell'Universi­tà -, per finire alla torre più recente, il classico palazzotto ba­ronale, eretto di fronte alla Basilica di S. Maria di Loreto, ap­partenuto alla famiglia Migliaccio, oggi proprietà dei Signori Morgera (6).
In una relazione del 1576, redatta « minutamente et dili­gentemente » dal Magnifico Antonio Stinca, in obbedienza agli ordini di Filippo II, si precisa che « et in lo... Casale de Forio se vedono edificate sette torre de particolari citadini, ben mu­nite d'arme, ne le quale se ponno salvare la gente de detto Ca­sale, quando è correria di Turchi » (7).
Alla fine del Seicento la situazione difensiva di Forio era migliorata dal fatto che erano state costruite altre cinque torri, lo attesta il Iasolino, che ne enumera 12, sei tonde e sei quadrate: «dopo un luoghetto nominato la Gemmetta si vede il capo di Santa Maria, il Roilo, ed il Casale di Forio, detto da altri Forino, ma da noi Fiorio, poiché dopo la destruttione di molte Ville, e Castelli questo fiorì, essendo il maggiore de gli altri di tutta l'Isola, ben munito con dodici torri, con arteglierie, e con molta gente di valore, bello di sito, abbondantissimo di vini, e di frutti eccellenti » (8).
L'ultima ripresa avvenne agli inizi del Settecento, quando altri privati cittadini foriani fecero costruire, per sé e per i vicini, altre quattro torri quadrate. Allora, senza contare le cinque torri costruite nel casale di Panza, Forio vantava 16 fortilizi strettamente collegati tra loro: un impianto di­fensivo ben ordinato ed organizzato. La cittadina, vista dall'alto, tra il mare e la massa verde della campagna, appariva estremamente suggestiva. Le torri, poste a triangolo in mezzo ai gruppi di case, i ponti levatoi in legno, i terrazzi, i pinnacoli  delle  chiese  di  S.  Vito,  di  S.  Maria di  Loreto, la cupola di S. Maria del Soccorso, il porticciuolo gremito di pescherecci e velieri, formavano una visione affascinante, che oggi non trova riscontro, ma che allora, a buon diritto, asse­gnava a Forio il titolo di « Turrita ».
Ma veniamo alla descrizione, ai particolari dei fortilizi.
Le vedette circolari riflettono la forma più antica, si presentano isolate, sopraelevate su spuntoni di roccia, disposte nelle vicinanze del porto (Torrione), oppure in vista del mare e a guardia della strada (Torone), come piccoli baluardi, aventi lo scopo precipuo di respingere con la forza delle proprie armi i  tentativi di sbarco e di penetrazione nell'abitato.
La forma circolare del Torrione consentiva tutte le pos­sibili angolazioni per i quattro cannoni di bronzo, che vi erano stati installati, e garantiva una completa visuale.
Le torri quadrate invece erano state costruite in mezzo ai gruppi di case, tra i nuclei abitati, allo scopo di far riparare la gente in fuga durante il pericolo di   invasione, e di  disporre, nello stesso tempo, un'offesa a mezza distanza (9).
Esse dovevano, secondo lo schema medievale, avere un ingresso sopraelevato accessibile mediante una scala lignea amovibile, due piani più la terrazza superiore adibita a piazza d'armi.
Il piano inferiore, con le pareti inclinate a « scarpa » e inaccessibile dall'esterno, veniva utilizzato come magazzino per i viveri e come deposito per gli attrezzi di artiglieria: spesso vi si trova una cisterna per il fabbisogno della guarnigione. Le pareti sono in genere prive di aperture, ma là dove sono state praticate, per ragioni di sicurezza, presentano una notevole strombatura. Una «cordatura» in travertino o peperino segna lo stacco fra la base a scarpa ed il piano di accesso (10).
Al primo piano o piano di accesso alloggiava la guarni­gione, che variava da due a 10 uomini, affidata ad un torriere. La parte superiore era occupata dalla terrazza, dove erano situate le artiglierie che comprendevano in genere due o tre pezzi di media gittata; naturalmente vi si trovava anche l'occorrente per fare le segnalazioni con fuochi di notte e con fumo durante il giorno.
Le prime torri di avvistamento e di difesa vera e propria erano fornite di stalle con cavalli, onde le persone rapidamen­te portassero l'allarme al più vicino posto militare. Nel con­tempo con fuochi o suono di campana, seconda l'ora del giorno o della notte, si dava l'allarme nella zona, specie ai contadini, perché in tempo vi cercassero rifugio o lo trovassero nel­le campagne vicine, e perché dal segnale, passato di torre in torre, l'avviso arrivasse sin dove si presumeva possibilità di danno.
In tutti quegli anni movimentati e difficili, parecchi isolani, colpiti da perdite sulle persone e sulle cose, animavano gli spiriti ad opporsi sempre più al nemico incombente fino ad ossessionare la vita quotidiana di ognuno. In varie occasioni vi dovettero essere piccoli gruppi che partivano un po' alla ventura, riscaldati dallo spirito di lotta contro « li Turchi » per vendicarsi dei figli rubati o per poterli riscattare. Nelle liste dei nominati sono inclusi anche nomi di fanciulli, giovinetti e donne ischitane, il cui riscatto, ordinariamente, era af­fidato ai Padri Mercedari. Altro campo, questo, di ricerche! Ne verrebbe fuori un elenco che sarebbe interessante poter compilare, e, aggiungendo ai nomi i particolari connessi, certamente ne risulterebbe svelato un mondo che dalla lettura di questa storia, scritta a grandi linee, s'intravede appena.

1. Regii Neapolitani Archivi monumenta, Napoli 1849, vol. IV, p. 269 ss.; B. Capasso, Monumenta ad neapolitani ducatus historiam pertinentia, Napoli 1866, vol. II, parte I, p. 282 ss.
3. A. Lauro, Tra il ponte e gli scogli di Sant'Anna sorse nel 1200 il primo « Porto d'Ischia », in rivista « Ischia Oggi », Napoli  1965, anno  II, p. 9.
4. G- M. De Rossi, Torri Costiere del Lazio, Ed. De Luca, Roma 1971, p. 15; O. Pasanisi, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Regia Corte di Napoli nel secolo XVI, in « Studi di Sto­ria Napoletana in onore di M. Schipa», Napoli 1926, p. 441.
4.  0. Pasanisi, op.   cit., p. 427.
5.  Archivio di Stato dì Napoli, Camera Sommaria, vol. 189, c. 120-125, lettera del 13-2-1741.
6. G. G. Cervera, Guida completa dell'Isola d'Ischia, Napoli 1959, p. 218, trovo:  « ...il Torrione, la più grande Torre rotonda di Forio, costruita nel 1480. Aveva  quattro cannoni. Oggi  è il museo del paese ».
7. Archivio  di Stato  di Napoli,  Camera Sommaria, Consultationum, vol 4, f.  130.
8. G. Iasolino, op. cìt,, p. 23.
9.   G. M. De Rossi, op.  cit., p. 16.
10. U. Caldora, Calabria Napoleonica, Edit. F. Fiorentino, Napoli 1960, pp.  260-267, fa un   elenco delle torri utilizzate nell'ordinamento doga­nale, tuttavia non si trova alcun accenno alle torri d'Ischia; vi si trova­no citate le Leggi  del  21  agosto 1862, n. 793, e quella del 24 nov.  1864, n.  2006, circa la destinazione delle Torri del Regno.

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