Torri litorali sulla marina d'Ischia

di Maria Algranati

Quando, con la lenta maestà del cigno, il bianco vaporetto della Società Partenopea di Navigazione volge la poppa verso il primo scalo della costa ischitana per accostarsi al lungo pontile ‑ millepiedi immobile che aspetta gli sbarchi ‑ tutti i passeggeri, quelli che stanno per scendere e quelli che scenderanno agli scali seguenti, sono assiepati sul ponte della nave a guardare il paese che si avvicina. E prima di tutto l'enorme scoglio tondeggiante che sta di sentinella all'estremo orientale del borgo antico, impervio zoccolo a tutta una piccola città morta di origine medievale e splendori umanistici ancora fieramente in piedi nella sua corazza intatta e vuota, il Castello: una rocca, una cattedrale, alti muri di case alle cui finestre sfondate viene la luce degli interni sfondati, ombre di arcate, chiari di sproni.
E poiché pare non vi sia altro da vedere, già pensano al resto del viaggio.
Invece no. Invece sul litorale battuto e ribattuto dalla marea c'è dell'altro. Ci sono due torri marittime che non si son fatte fin qui riconoscere; si sono così bene travestite che neanche l'Archivio di Stato le nomina nei suoi elenchi (1).
All'estremo occidentale, infatti, del breve e dolce arco di costa che porta la marina di fronte al Castello e segna il limite, da quella parte, del borgo antico, il Celso (2), un palazzotto singolare, innestato e fuso in un'alta roccia trachitica portata al lido da eruzioni vulcaniche immemorabili e introdotta fin nell'intima struttura della fabbrica, scende bravamente nel mare coi pilastri quadrati dei suoi archi fra un gregge di grossi scogli.
Qualche cosa di suggestivo, di raccolto e al tempo stesso di battagliero, come di chi, chiuso in sé pure sia deciso a tenere in rispetto il mare o chi viene dal mare, che emana dall'insieme dell'edificio, l'acqua trascolorante e incupita dall'ombra che si introduce brontolando a lambirlo, la scaletta che viene su dal mare tagliata nella viva rupe, colpirono vivamente chi scrive.
Non sapeva allora che il masso levigato dai millenni era il Sassodei libri dotti dell'Elisio (3) e di Jasolino (4), la gran pietra dei Padri Agostiniani del Convento di Santa Maria della Scala (5), le Rocherdel medico svizzero J. E. Chevalley de Rivaz (6), e che sotto di esso, fra gli scogli al suo piede, ribolliva una sorgente termale e c'erano forse antiche Terme, i Bagni del Sassoingoiate lentamente dai bradisismi.
Né che il prode palazzotto in colloquio col Castello sul vasto scenario marino nascondeva, celata da aggiunte successive, una torre litorale cinquecentesca, una di quelle torri quadrate di difesa sorte in quel secolo contro la minaccia delle incursioni corsare.
Questa nostra è legata al nome di un cavaliere spagnolo, Don Orazio Tuttavilla, che, mandato dal viceregno nell'isola in qualità di governatore, vi fu sollecito del «bene comune» e in tempi in cui infieriva la feudalità «mostruosa potenza mostruosamente esercitata» (7) e la Regia Corte spremeva ai miseri Ischitani gabelle fin su «li fico secche et biscotti» (8) protesse l'uomo della terra e il pescatore(9) e diede al Comune d'Ischia due monumenti della sua civiltà: un acquedotto e una torre marittima.
L'importanza di una condotta d'acqua potabile è di tutti i tempi, ma si immagini in quelli in cui il baronaggio aveva la proprietà delle acque e ne traeva «un utile rilevantissimo» e fin quelle pubbliche «dovevano servire ad animare le macchine e i molini del Barone, ad irrigare le sue terre, prima di giungere all'arida gola dell'oppressa plebe dei vassalli»!
«Dell'esatta esecuzione et vigilanza dell'opera decretata dal vicerè Antonio Perrenot Cardinal di Granada fra il 1571 e il 1575 e per cui il Comune d'Ischia fu sgravato per devolverle alle spese occorrenti da tasse dette «tratte» del vino, fu incaricato il Tuttavilla, il quale «havendo fatto forare una montagna, scrive Iasolino, l'acqua per gli acquedotti è pervenuta già all'ingiù... per lo spatio di quasi due miglia» (10). «Nostro Signore conceda, aggiunge, che venga al termine segnato senza alcun sinistro intoppo».
L'intoppo ci fu perché l'opera fu interrotta. Partì da Ischia o da questo mondo il «Cavaliere nobilissimo di singolar gentilezza e virtù dotato» (11) che l'aveva incominciata?
La costruzione non fu ripresa che quasi un secolo dopo, sotto gli auspici del vescovo Girolamo Rocca, santo prelato e dotto giureconsulto il quale «non solo impiegò i suoi considerevoli et efficaci mezzi, ma somministrò delle somme di denaro in alleviamento della spesa» (12) . La torre fu invece un dono spontaneo del Tuttavilla al borgo.
È del 1563 l'Ordinanza emanata dalla Regia Corte di Napoli per la costruzione di torri marittime per conto e sotto la direzione dello Stato nel XVI secolo. Le urgenti spese dovevano gravare sui Comuni, ripartite secondo il numero dei loro fuochi (13). Quello d'Ischia era troppo povero per una simile impresa, pure aveva gran bisogno di difendere i suoi lidi, tanto ch'era stato istituito un servizio di «guardie civiche litorali, nell'ora della notte con l'oggetto di avvisarsi l'abitato nel caso che ci poteva essere sbarco di Barbari,... così situate... che la voce poteva e doveva correre per li luoghi littorali...» ( 14).
Il buon governatore si assunse dunque quest'onere e si «censuò» pertanto nel 1596, dice un documento della Curia d'Ischia dei Padri Agostiniani del Convento di Santa Maria della Scala, «un orto sito nel Borgo di Celso, dalla parte marittima e strada pubblica attorno attorno dove vi sta uno scoglio ed una gran pietra per fabbricarvi una torre a custodia del Borgo e Convento... per il censo enfiteutico di annui ducati tre». Il documento originale, tuttavia può leggersi nel Protocollo del Notaio Mancuso, scritto per errore Maneusi ‑ Arch. di Stato.
Così nacque la torre ora invisibile, ma che abbiamo avuto la insperata ventura di riconoscere in un piccolo prezioso acquerello, secondo ogni probabilità del XVII secolo, appartenente alla collezione del signor Morante all'Albergo dei Pini d'Ischia. Sta con un suo minuto roseo tetto sulla «gran pietra», davanti ai Bagni dei Sassi,raffigurata con esattezza da un pennello minuzioso il cui intento evidente è sopra tutto di ritrarre il Castello.
Diminuita la minaccia «turchesca» fu lo stesso Tuttavilla o furono i suoi eredi a provvedere la torre di qualche annesso che la rendesse abitazione?
È anche della collezione Morante uno schizzo a penna nel quale, ingrandita da fabbriche laterali, essa sovrasta con due piani alle medesime.
Ma presto diventa grande e quadrata e ornata di merli, come la riproduce la stampa «Il Castello» di Filippo Hackert, e infine nei quadri dello stesso nome di mano del Fergola e del Carelli si presenta press'a poco com'è ora. Oggi, dimora signorile, ribattezzata «Lo Scuopolo» pure conserva un che di cavalleresco, di feudale e segreto, massime dalla parte del retroterra dove la facciata principale che apre un portoncino di piperno su di un cortiletto vassallo ha la forma di una torre quadrata.
Quali furono, dopo il Tuttavilla, i suoi padroni fino alla fine del Settecento, si può leggere in una fede di credito posseduta dal Professor Piero Malcovati allo Scuopolo in questione, che li menziona tutti, da Don Orazio, alla Signora Antonietta Menga Losa, che dichiara avere scontato nel 1789 gli «annui ducati tre» (15) dovuti al Monastero il quale resta «interamente saldato, e sodisfatto». Che il debito del Tuttavilla «governatore, castellano e capetanio a guerra» fu pagato per un tempo dal Signor Domenico Menga «... compratore di detta Torra» si ritrova nel vol. 90 dei Monasteri soppressi, all'Archivio di Stato nei Registri degli Istrumenti e Cautele del Monastero di S. Maria della Scala ad Ischia nel fol. 37t.
Le testimonianze scritte dell'esistenza della Torre del Tuttavilla sullo Scuopolo sono in molto minor numero di quelle pittoriche che ce ne mostrano l'evoluzione.
Effimera dovette essere la sua vita di costruzione difensiva, perché gli autori di Storie dell'isola quali il Ditteia, il Summonte, il De Siano, il De Rivaz, il Mazzella e le guide anteriori al taglio del Porto non la menzionano. Né ne parla il Gallucci (16) (che pure visita minutamente il paese) nel racconto dei suoi viaggi. Poche parole, le sole spese per essa dalla sua nascita alla metà dell'Ottocento e spese di passaggio, nell'intento di stabilire la topografia dei Bagni del Sasso, abbiamo trovato nei Rimedi naturali suindicazione del Prof. Paolo Buchner, biografo informatissimo dell'Iasolino e attento studioso della sua opera.
«Non lungi dalla città, egli scrive, v'è un luogo di gran sassi ripieno, vicino al quale si vede la torre nuovamente fatta dall'Illustrissimo Signore Horatio Tuttavilla» (17) . Del fatto che, discordemente agli inequivocabili documenti notarili, tale indicazione si trova in un libro che porta sul frontespizio la data del 1588, non tocca a noi cercare la spiegazione.
Segue un lungo silenzio. Con la vendita della torre, le sue successive metamorfosi, il susseguirsi delle generazioni, chi più ricordava il generoso governatore?
Per fortuna abbiamo il nostro Anonimo (e sappiamo anche chi sia). La sua testimonianza è della massima importanza, perchè anche lui ha visto. E ha visto bene, perché abitava di rimpetto alla Torre, avendo in comune con essa una piazzetta‑cortile mentre l'entrata principale era sullo Stradone.
«Li scrittori e dottori di più secoli a dietro, egli scrive nel suo Ragguaglio, fanno menzione di alcuni Bagni de sassi sistenti nel lido della città... gli stessi si sono perduti occupati dal mare... Questi bagni sistevano sotto la casa di mia abitazione, la quale sta edificata su gli accennati sassi ed immediatamente sul sito laterale alle dette acque » (11).
La casa è l'antico palazzo Buonocore e l'Anonimo è l'arciprete Raffaele Onorato, autore di quelle Memorie storiche dell'isola d'Ischia di cui esiste una copia manoscritta nella Biblioteca del Duca Camerini e che coincidono con la prima parte del Ragguaglio.
Gli Onorato ebbero quel «sontuoso palazzo» in eredità dai Buonocore, un Onorato, Bernardo, vescovo di Trevico e canonico della cattedrale di Ischia (19), essendo figlio di una Buonocore, sorella del celebre protomedico.
Nel 1837 infatti (il Ragguaglio è datato dal 1840) l'arciprete Raffaele Onorato abitava il palazzo Buonocore in qualità di proprietario (20). E da quello senza dubbio (21) scrisse che il governatore Orazio Tuttavilla «doveva essere cittadino della sudetta Ischia, mentre era padrone di una gran torre ancora in essa esistente» (22).
Grande, sappiamo già perchè. L'Onorato aveva per di più di fronte a sé l'entrata del palazzo nel retroterra, entrata che, per l'appunto, ha la forma di una torre quadrata. Distinguere, tuttavia nella fabbrica il nucleo primitivo ed eroico non è compito nostro, la nostra personale opinione non può contare di fronte a quella degli esperti, tanto più che le ricerche dei documenti notarili relativi alle rendite, in corso fin da tempo, è difficile che possano dare un risultato soddisfacente. Per noi, l'ermetico Scuopolo ha ancora qualche cosa da dire.
Ci piace intanto rievocare la cara torricella, col suo significato umano di civile provvidenza, di disinteressata sollecitudine e immaginarla quando, ingrandita, deve avere ospitato forse l'onesto governatore, i suoi congiunti, il fratello Muzio, costruttore di un altro acquedotto, quello del Sarno, l'altro, Pompeo, venuto in Ischia a fare la cura delle acque sotto la guida dell'Iasolino; i suoi discendenti, più celebri di lui, eminenti alcuni nella storia del viceregno: il figlio Ottavio, ambasciatore della città di Napoli al Re di Spagna e il figlio di costui, Orazio, duca di Calabritto, avveduto consigliere del duca d'Arcos nel periodo delle sommosse popolari del 1647 e 48 e capitano delle truppe dei fedeli (23) e Francesco, te­nente generale di cavalleria, arrivato di Spagna per sedare i rivoltosi (24 ) e Vincenzo, generale dell'eser­cito dei Baroni e Prospero, suo nipote, sterminatore ad Aversa dei popolari.
E forse vi saranno sbarcati, attratti dai «rimedi naturali» o soggiogati dalle bellezze del luogo, i grandi del tempo, amici del duca di Calabritto, potenti alla Corte viceregnale e firmatari come lui del manifesto a Don Giovanni d'Austria che prometteva perdono ai popolari a pace nel viceregno. E la stanza dalla volta a padiglione dello Scuopolo, che conserva per tradizione il nome di «sala dei cavalieri» avrà forse visto riuniti i più bei nomi di allora, nomi di casate ancora vive, familiari ai nostri orecchi: Giacomo Caracciolo, don Giorgio Sersale, il marchese di Sangiuliano, Giuseppe di Sangro, Rocco di Torre di Padula, Achille Minutolo e don Cosimo Pignatello... (25).
Ma non è quella del Tuttavilla la sola torre litorale che duri, travestita, sulla marina d'Ischia. Un'altra ve n'è, che viene dal Medioevo lontano e fascinoso che più di un segno ha lasciato nell'isola, e, per seguire l'ordine cronologico, avremmo dovuto parlarne prima. Ma abbiamo preferito fare una presentazione topografica del Celso con le sue difese estreme: il Castello, la Torre del Tuttavilla.
L'altra torre, campanile adesso della Cattedrale, quadrato campanile più grande della cupola stessa della Chiesa madre, nasconde sotto la missione devota un'origine militare, simile a quei guerrieri antichi che, stanchi se non pentiti di gesta cruente, bussavano alle porte dei conventi per finirvi i loro giorni nella preghiera e nel raccoglimento dei chiostri.
Vecchia di quasi un millennio, l'attuale torre campanaria fu eretta da un'altra famiglia illustre, quella dei Coscia, originaria, secondo alcuni nientedimeno che da Lucio Cornelio Cosso, console di Roma nel 422 a. C. e che, come tante famiglie cospicue dell'Urbe, ne fuggì al tempo delle invasioni barbariche, rifugiandosi in luogo dove non poteva essere molestata. Essa dominò a lungo il Castello e gran parte dell'isola e fu signora di Procida per molte generazioni, dopo che un Marino Coscia la comprò, nel 1340 da Adinolfo di Procida, signore salernitano.
Padroni di flotte, grandi navigatori, capitani e generali, i Coscia erano legatissimi alla Chiesa. Uno di loro, Gaspare, liberò con le sue galee, per conto di Bonifacio IX, i litorali dello Stato pontificio dai corsari turchi; Baldassarre, prima vescovo d'Ischia, fu poi papa egli stesso col nome di Giovanni XXIII.
Ed ecco anche qui esser di scena gli Agostiniani, quelli dispersi in Europa dopo la partenza di Santo Agostino da Tagaste e che solo nel 1256, per opera di papa Alessandro IV, dovevano esser costituiti in Ordine regolare.
Il Celso non c'era, la torre era sola sul lido quando «taluni Agostiniani, di quei ch'erano dispersi per l'Occidente... intesero stabilirsi in Ischia, come effettivamente si stabilirono». E «la subdivisata famiglia Cossa (trovavasi allora nel suo gran splendore, nella sua gran potenza) per causa di adonazione e per causa di legati, assegnò a beneficio degli stessi tutto quel luogo che dalla mentovata torre ed essa inclusa... tira per linea sino alla strada di Terrazappata e confina interamente col mare dove avessero li medesimi potuto fondare un monastero, una chiesa ed una vigna, producendo il moscato per la sacristia, come successe» (26).
Così l'Onorato. E altrove: «Dove sta la presente cattedrale esisteva un'antica chiesa, che divenuta diruta e cadente si dovè formare la nuova chiesa. La stessa era governata dalli dimessi monaci Agostiniani, i quali ebbero dalli antichi signori Coscia il sito, siccome più appresso ricevettero la torre, che al presente è campanile
E ancora: «Nel mentovato suborgo, ove si vedevano soltanto piantagioni di gelsi ortolizi e biade, esisteva una cappella antichissima sotto il titolo di Santa Sofia, in vicinanza di una torre, l'una e l'altra di spettanza dell'illustre e nobile famiglia Cossa».
Come poi la Cappella diventò chiesa nelle mani degli Agostiniani e la chiesa, dopo la loro partenza da Ischia e la soppressione del Convento diventò Cattedrale, è cosa acquisita alla Storia dell'isola e raccontata da tutti coloro che ne hanno scritto.
Anche la cappella dei Coscia, il cui nome richiama i viaggi dei suoi costruttori nel Levante, crebbe dunque, e crescendo raggiunse la Torre dei Coscia, se l'incorporò in un comune destino mistico.
Era, la torre, parecchio più alta di adesso sulla marina e non ci ha stupito d'aver veduto nell'acquerello ove anche quella del Tuttavilla è dipinta, che una pennellata ombreggi sulla sua facciata un portone, che non esiste più. I bradisismi l'hanno lentamente affondato. Ricorriamo ancora una volta al nostro Arciprete:
«Attaccato alla cennata torre divenuta campanile, essendosi fatto uno scavamento ed al lido del quali ancora esistevano le porte con catenacci, che dimostravano di uscirvi al livello del lido, e del mare, si è trovata una fabbrica con magazzini nel mare. Dappoi tale fabbrica fu seppellita dalla sabbia e dalle pietre sino all'astraco. Onde si conosce nel littorale d'Ischia il mare quanto si è elevato e quanto è entrato» (27).
Immaginiamo come dovesse essere imponente sulla marina deserta la solitaria torre di scolta che ora sta coi piedi sommersi e la testa mitrata intenta al mattutino ed ai vespri e sa essa sola la vera storia della città che incominciò nel Castello, la storia del Celso. Del Celso, qui rievocato coi suoi limiti e le difese che ancora si vedono: il Castello, la torre dei Coscia, la Torre del Tuttavilla, piccolo borgo povero e sobrio ed operoso, disteso fra i campi e il mare, sciamante all'aperto ad ogni giorno di sole, che la durezza dei tempi, la minaccia sempre presente degli assalti e dei saccheggi stringe al suo Convento, alle sue chiese, la cui voce d'invocazione e di osanna si fonde a quella dell'allarme e della raccolta e torri e campanili, destati insieme, mescolano il grido del terrore al canto della speranza.

1) Archivio di Stato, sezione amministrativa ‑ Dazi indiretti ‑ Torri litorali ‑ Indice 61.
2) Si legge nel Disegno historico‑topografico dell'isola d'Ischia, diviso in Ragguagli, manoscritto di Autore anonimo (Bibl. Naz. di Napoli, Fondo S. Martino, no 439): «... tutti gli abitanti anticamente facevano domicilio nel Paesello di Ischia... li primi che uscirono destinarono per loro dimora quel luogo rimpetto al Castello... che si denominava Celso, a causa che in tale sito ci era stata una grande piantagione di alberi di gelso».
3) Succinta instauratio de balneis totius Campaneae, Napoli, 1519.
4) De' Rimedi naturali che sono nell'isola di Pithecusa, oggi detta Ischia. Napoli, 1588.
5) Platea degli Agostiniani. Curia d'Ischia, f. 15.
6) Description des eaux minéro‑thermales et des étuves de l'Ile d'Ischia, Napoli, 1859.
7) Nicola Santamaria, Vita Napoletana dei tempi viceregnali. Parte I, p. 175.
8) Parzium della Regia Camera della Sommaria, vol. 13, p. 6 r.
9) Si legge nel Parzium (v. 13, p. 39t): «Cittadini d'Isca per poter à fasemare sarcene nel loco detto Pietra per nò esser mui stato loco proibito»; e (v. 12, p. 155r): «Piscatori d'Isca che pescano nelli mari d'Isca et Procita per portare il pesce a grosso in Napoli, nò siano molestati, ma si lascino pescare».
10) Questo primo tratto è segnato nella carta d'Ischia eseguita dal cartografo Mario Cartaro in collaborazione col matematico Niccolò Antonio Stelleola sotto la guida esperta dell'Iasolino e che porta la data del 1586.
11) Iasolino, op. cit., p. 33.
12) Ragguaglio, fol. 56t.
13) Onofrio Pasanini, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Regia Corte di Napoli nel XVI secolo. Sta in Studi di storia napoletana in onore di Michelangelo Schipa.
14) Dalla copia di un manoscritto «del fu canonico Onorato d'Ischia» intitolato Memorie storiche dell'isola d'Ischia, che corrisponde esattamente alla prima parte del Ragguaglio.
15) Platea degli Agostiniani, fol. 15r Curia d'Ischia.
16) Manoscritto conservato dalla Biblioteca della Società di Storia Patria prov. nap.: Memorie della famiglia Gallucci. XXII. C. III.
17) Iasolino, op. Cit., Cap. LIII, p. 33.
18) Ragguaglio.
19) Un suo ritratto ad olio si può vedere nella sacrestia della Cattedrale d'Ischia.
20) Per concessione della famiglia De Laurentis abbiamo potuto prendere visione di un Istrumento dell'appartamento allo Stradone, per notar Sorrentino in Pozzuoli in data 3 marzo 1865, nel quale tra l'altro è detto: «per Istrumento del sei ottobre milleottocentotrentasette, per notar de Gorib e l'Arciprete Raffaele Onorato, zio dell'attuale Raffaele, donava a costui l'usufrutto di due stanze della casa in Ischia, nel luogo detto Scuopolo».
21) Il Disegno historico‑topografico è finito nel 1840.
22) Ragguaglio, f. 56 t.
23) Capecelatro, Diario.
24) Enciclopedia Universale Illustrata Europeo-americana. Bilbao, Tomo LXV.
25) V. Diario di Francesco cCpecelatro
26) Ragguaqlio, n. 117 t.
27 Ragguaglio, f. 112 t.

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