La Torre di Monte di Vico


di Pietro Monti

In altri punti della nostra trattazione abbiamo accennato alla continua presenza dei Saraceni, all'estrema difesa svolta in tempi diversi e da parte di forze diverse; ma, là dove non arri­vava l'intervento Regio o del Papato, erano costrette, da solo, le forze locali, isolate, a difendersi. Questo assillo si protrasse fin dopo l'arrivo di Alfonso I d'Aragona a Ischia, il quale volle estendere un'azione difensiva sul Castello e nei punti strategici della Isola, mediante la costruzione di alcune torri di avvistamento e di difesa, e do stazionamento1 di guarnigioni militari.
Tra le altre opere difensive, importante « la nostra Regia Torre » sulla punta estrema di Monte di Vico, eretta a guardia della baia.
Impiantata su basamento quadrato di 60 mq., cinta da un'aia, donde si elevava un ponte di legno che immetteva nella feritoia del primo piano, che costituiva l'unico ingresso, là dove oggi è appesa la campanella del Cimitero. Nell'interno del piano terra, una cisterna divisa in due settori intercomunicanti; di qui, tramite una scala, sviluppata dentro il muro ovest, si accede al primo ripiano, fatto a volte, con tre feritoie aperte nelle massicce mura. Da questo piano partivano le accensioni che, attraverso un camino, macchiato ancora di nero, sbuffavano le fumate d'allarme: il fumo che usciva dalla torre faceva da segnale alla gente dei dispersi casali, la quale, nell'imminenza del pericolo, lasciava le occupazioni per trovare scampo nei fortilizi o si disperdeva nell'interno delle colline. Da questo ripiano, per altra scaletta ricavata nel muro di levante, si giunge al secondo ed ultimo ripiano, cinto di alta merlatura a testa piatta, allineata lungo il cammino di ronda, per maggiore vigilanza e difesa.
Nel secolo XVI, quando l'Università del Lacco dovette assu­mersi, in stretta collaborazione con gli ordini regi, il controllo della difesa militare del paese, incentrato sulla Torre di Monte di Vico e sulla costa, la torre assolveva ad un vero e proprio compito militare oltre ad una funzione giurisdizionale, simboleggiando il dominio aragonese su quel tratto di litorale, dove il valore strategico si esauriva nell'avvistamento e nelle segnalazioni con il Castello d'Ischia e con il Monte della Guardia, l'Epomeo.
L'amministrazione della torre, come la scelta dei custodi, spettava al « regio Percettore di Napoli», così pure la « mesata » per il « reggio servizio in d. a. torre ».
Il 31 ottobre 1658 vi troviamo il « terriero Minico Pascale con lo suo Soldato Bartolomeo Pascale »; lo stipendio a fine di ogni mese era emesso dal M.do A. Cariello, regio Percettore di Na­poli, previo attestato del « regio servizio prestato, sogillato con loro solito sogello ».
Ma la torre di Monte di Vico, a differenza di tante altre, aveva duplice funzionalità: avvistamento e difesa. Sull'aia, che circondava il fortilizio, stavano piazzati alcuni cannoni, che, nel giugno del 1785, furono sostituiti da altri nuovi, trasmessi a Lacco da S. M. Ferdinando IV, re di Napoli e di Sicilia. Il carattere difensivo è stato ultimamente convalidato dal ritrovamento di alcune palle di pietra e di ferro, utilizzate nei mortai.
In occasione del trasloco dei cannoni, l'Amministrazione locale, rappresentata dal « Mag.co Biagio Monti », non disponeva neppure di « Docati trenta sette, ed un carlino », si ricorse al «Signor de Maltese di Forio... che improntati avea alla menzionata nostra Università ». Si noti nell'atto, redatto per notar de Spi­gna « come in settembre 1787, si sono pagati al Signor D. Carlo Maltese li restanti Docati...», cioè dopo più di un anno d'intervallo, e soltanto quando l'Università dello Lacco poté « riscuotere dalla Soprintendenza detto capitale... sopra li Docati cinquanta della spesa detti cannoni suddetti ».
Cessate le scorribande saracene, la Torre merlata, per più di un secolo, fu lasciata in balia degli elementi della natura.
L'anno 1868, il comune di Lacco Ameno, dovendo costruire un pubblico cimitero, lontano dall'abitato, scelse la zona circostante alla Torre di Monte di Vico. Una scelta balorda se si pensi alla lontananza ed al pendio faticoso dell'antica via medievale, alle difficoltà del trasporto dei morti a spalla; una scelta, però, che riflette sempre le misere condizioni finanziarie dell'Amministrazione Comunale del tempo. Basti sapere che, per la recinsione del camposanto, l'Autorità di allora autorizzava l'abbattimento della merlatura della Torre per ricavarne le pietre da impiegare nella costruzione del muro di cinta: « quod non fecerunt barbari... ».
Ed il Forte, fino al 1971, stava ancora mozzato della impo­nente merlatura aragonese, sgretolato e fesso in ogni parte, ca­rico di chiazze di capperi e di ciurli di ginestre che sbuffavano dalle numerose spaccature ".
Ora la Torre, restaurata, riportata nelle sue linee originali, domina e protegge con la sua mole possente un campo seminato di croci; di tanto in tanto un mesto rintocco si spande nell'azzurro dei cieli quasi a diradare : residui fumanti di quelle segnalazioni turchesche; ai lontani canti della guarnigione è subentrato il murmure della preghiera che aleggia sulle aride tombe. Tutto è silenzio e pace.

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