Appendice F -

Torri a Barano, Testacio, Panza


Una stampa di Salvatore Fergola
A Barano e dintorni sono stato, recentemente, più volte, portatovi dal desiderio di chiarirmi le idee su alcuni edifici della zona. Di Torri e campanili, chiese e strade, di quella zona dell’Isola, che da ragazzo mi vedeva passare, sudato pedalatore, con gli occhi chiusi a questi edifici, il più mi era pervenuto dalle letture, ed una verifica sur le champ si è imposta. Nel settore, si deve segnalare:
- la Torre quadrata Matarace, di cui in [51] p. 165;
- il campanile, da me inserito fra quelli di fiero aspetto, della chiesa di S. Sebastiano,
in Barano, che finora devo aver confuso con quella di S. Rocco, dal lato opposto della piazza omonima.
Della Torre nessuna traccia: il solo prof. Di Lustro propone, verbalmente, un edificio, vicino al Municipio del paese, che per alcuni particolari, potrebbe essere stato una costruzione del tipo; per ora, l’ho fotografato, ma con molte riserve: lo tengo nel cassetto, in attesa di riscontri.
Nel frattempo, la rilettura di [124] - ora anche [161] – pone due nuovi interrogativi:
- la stampa di Salvatore Fergola che compare nella sua copertina;
- il brano di [161] p. 8, in cui, parlando di uno Stemma del paese, si dice:
 ….la corona sormontante lo scudo è formata da tre torri, le quali ricordano le antiche, delle quali una esiste ancora a Testaccio….

Orbene, l’incisione di cui sopra, anche se stampata al rovescio, mostra un ben leggibile paesaggio, in cui si vedono due torri.
Sullo sfondo, in vetta al promontorio di S. Angelo, della sua Torre si vede molto più dei monconi che a fatica si osservano oggi… sapendo che vi sono: ora, il Fergola, vissuto praticamente nei primi due terzi dell’800, essendo nato nel 1799, ha eseguito l’incisione in questo arco di tempo, e pur tenendo nel debito conto che il tutto può essere di maniera, la cosa merita di essere segnalata. La seconda torre, in primo piano a destra, ha caratteri, dimensionali e di posizione, tali da escludere che si tratti di quella di Testaccio.
Il tutto, ovviamente, va preso cum grano salis, ma di qui a dire che si tratti di un paesaggio di pura fantasia, senza un approfondimento, anche se futuro e di incerta proposizione, secondo me, ce ne vuole.
Per ora, si deve annotare che di Torri, nella zona, secondo [161] ce ne erano almeno tre – l’almeno è mio, anche se, a rigore, la cosa non è facilmente sostenibile, e non agevole sarebbe dimostrarlo -; secondo [51] ce ne sono ancora due: quella del Testaccio e quella Matarace, e non di Matarace come viene generalmente pensato.
Sulla reale geometria di quest’ultimo edificio si deve essere un po’ cauti, in quanto la Delizia – [51] p. 165 – dice essere quadrata sia quella del Testaccio sia la Matarace; ora, l’edificio del Testaccio è di pianta rettangolare, e pur non essendo certissimo che chi scrive quadrata non intenda parlare di edificio cilindrico a pianta indifferentemente quadrata o rettangolare, la distinzione sussiste: il quadrata, in sostanza, Potrebbe essere stato utilizzato con una certa latitudine, in deroga ad una più rigorosa definizione ed individuazione geometrica.
Non è fuor di luogo ricordare il giusto e manifesto rimprovero del meccanico di Casamicciola, che rettificò in rettangolare la Torre di Casa Cumana, a me che la dicevo sinteticamente, anche se erroneamente, quadrata, riproponendone la geometria letta nei libri.
Fino a prova del contrario, dunque, e pur nella incertezza dei tempi, si devono considerare nella zona di Barano almeno tre torri:
- la Torre del Testaccio, nota anche sotto i nomi di T. dei Pesce, T. dei Siniscalchi, T. Saracena o dei Saraceni, sita nelle immediate vicinanze della chiesa di S. Giorgio;
- la Torre Matarace, non ancora individuata, sempre che ci sia, e che potrebbe anche essere quella indicata dal Di Lustro;
- quella dell’incisione del Fergola, che è del tutto incerta, non sapendo se si tratti di edificio reale o di fantasia: nel primo caso, non si sa se esista ancora, o se, infine, sia diversa dalle prime due. Tanto per distinguerla dalle prime due sorelle, le si assegna, provvisoriamente il nome di Torre del Fergola, e l’Appendice 84.

L’incisione del Fergola, opportunamente raddrizzata, è qui  riportata in fig. 1.
In fig. 2, vi sono immagini  dello stemma attuale di Barano, traendone una dal sito ufficiale del comune, l’altra proviene sempre dalla rete: brutte entrambe, ed in attesa di migliori.

Chiacchierando con l’autore superstite di [124]
Col prof. Agostino Di Lustro, mi sono incontrato più volte in questa estate foriana. Il lavoro da lui scritto in collaborazione col Cervera, [124], è quello che potrebbe proporre per la zona 3 torri, presenti nella corona di uno stemma di Barano, poi non adottato, per esser troppo denso di indicazioni diverse.
Il Di Lustro ha molto operato nella zona di questo comune, ricercandovi tracce di insediamenti religiosi, la cui presenza è segnalata anche da varie altre fonti. Il Professore mostrò immediato, e sofferto, ricordo sul fatto che l’immagine in copertina del libro fosse stata stampata alla rovescia, e ben accolse il raddrizzamento che gli sottoposi.
Delle due torri che vi compaiono – quella règia di S. Angelo, e quella che ho battezzato Torre del Fergola – è più propenso a ritenere che siano di maniera, e forse la seconda, se non fosse quella del Testaccio, frutto di pura fantasia.
Della Torre Matarace non aveva memorizzato il nome con il quale la Delizia la indica, ma, per elementi architettonici rilevanti, ritiene che una costruzione immediatamente vicina alla sede comunale, possa essere stata una Torre: ho detto della mia successiva ispezione, e dei miei propositi di approfondimento.
Si tratta di un edificio che presenta più corpi e sovrapposizioni, posto sulla cima di una breve erta, dedicata, con un bel portale di ingresso: spero che le foto scattate siano sufficienti a documentarne la rilevanza.
Il 20 settembre, dopo la messa vespertina, ed i dovuti ringraziamenti a Don Romano, per il suo interessamento, ho avuto conferma dal pazientissimo Prof. Di Lustro che l’edificio di cui aveva parlato è quello che ho immortalato.

Alla ricerca della Torre (l’avv. Agostino Polito)
Ho detto come sono stato presentato a questo appassionato del suo paese. Dalla sua conoscenza diretta, disponibilità e cortesia, ho tratto alcune convinzioni che è bene annotare, per poterle ancora verificare.
- Le Torri di Panza, generalmente note, sono 3, quante ne indica la Cianciulli in [127], e cioè: la Torre di S. Leonardo, la T. di Casa Migliaccio, la T. di Battaglino;
- la proposta, che approfondiremo meglio in seguito, con le immagini e le conseguenti riflessioni, di un vecchio edificio di Casa Polito, come candidato a Torre di Zì Palmuntè, è fondata sul ricordo del suo aspetto, prima dei recenti interventi.
- la Guardiola di Panza non è oggi di certa individuazione: con buona pace di Giovanni Migliaccio che mi mostrò un informe e troppo modesto ammasso di pietrame come resti di quella struttura; perdurando l’incertezza fra Guardiola e Cima, non resta che rifarsi ai brani di [57], [170], ed all’indicazione grafica della carta del 1840, visibile in fig. 7.
Avendo già meditato su quanto si dice in [57], non resta che riportare quanto si legge in [170] p. 33 :   
                                         
Cima o Guardiola - Si erge a picco sul promontorio che sovrasta il Mare Nero sicché affacciandovi verso il mare, lo scorgete nero e pauroso per la sua profondità.
Tutt’intorno una fitta vegetazione di lecci ed eriche. Potete raggiungere la sommità del colle passando accanto alla chiesetta di San Gennaro. Giuntovi, vi trovate presi a guardare una vallata intersecata da decine di viuzze che spezzano 1’uniformità della vegetazione e dei boschi di Campotese. Viuzze che si incrociano e si dilungano, tra vigneti e boschi, tra vallate e poggi.
Potete sedere tra pochi ruderi non identificati, forse una torre di guardia.

p. 36 - Arida e brulla località del villaggio di Panza del Comune di Forio e la Scannella che, da Punta Imperatore e Punta Pomicione, si estende verso Sud-Est fino a Capo Negro. Proprio dove è collocato il Faro, posto a strapiombo sul mare, trova inizio la Scannella formata da una costa frastagliata e sinuosa con le insenature dello Schiavo, delle Catenelle, dell’Arco di Spadera, con 1’ansa breve del Nischio, sormontata dalla Cima di Panza o Guardiola.

p.41 - La Pelara - È una minuscola baia, anzi un anfratto, che si trova tra la collina della Guardiola e quella del monte di Panza. Navigando attorno all’isola d’Ischia, non la si nota affatto; perché lo sguardo viene attratto dall’incantevole paesaggio di Sant’Angelo, con la sua torre.

L’Avv. Agostino Polito, concorda sul fatto che i luoghi sono stati oggetto di molti interventi, anche di edilizia, e che vecchi sentieri, tenuti pervi dall’attività venatoria, un tempo molto più esercitata che non oggi, sono praticamente scomparsi o impraticabili: se de La Guardiola sudoccidentale, quella di Panza, rimanga ancora qualcosa, e dove esattamente fosse, non sembra  oggi possibile accertare in loco; allo stato, la Guida del Cervera -quella del 1959 -, con ciò che se ne è già riportato, rimane la sola fonte attendibile, sia per descrizione dei luoghi, sia per il tentativo di una precisa indicazione topografica, in una con la ricordata carta del 1840.

Il saggio di cui l’Avvocato mi ha fatto successivo dono, [171], merita invece qualche riflessione di carattere generale.
Pur nella brevità del lavoro, nell’ottica particolare dell’evidenziazione della legittimità di Panza di considerarsi territorio, per posizione, natura, costumi e lingua, distinto o distinguibile da Forio, si possono trarre elementi per un più meditato inquadramento di questa contrada rispetto al vicino maggior centro abitato.
Nelle generalità di questa Nota 16, individuando le diverse zone del territorio di Forio, e nel precisare posizione e ottica nell’articolazione locale e generale del Dispositivo, quanto di esso è in Panza è stato proposto come occhio lontano dei foriani.
Non che si voglia rigettare questo aspetto squisitamente funzionale, ma la relativa lontananza della Rocca dal Casale di Panza, la loro sostanziale indipendenza di entità geografiche, hanno con ogni probabilità sostanziato una necessità locale di provvedere separatamente almeno all’immediato.
Nella distribuzione del ragionevolmente accertato, almeno sotto il profilo numerico, può valere la pena di riflettere sulle cifre degli edifici, che pur nella gradualità delle funzioni svolte, compaiono nei vari centri abitati dell’Isola.

TAB. 1 – Torri e Guardiole nell’isola d’Ischia

Località

TORRI**

Guardiole

NOTE

FORIO *

7R, 10Q,  4I
(21- 38,2)

1

Rocca, Cierco, Borgo Marinaro, Monterone, Case sparse, Zalo.

PANZA

1R, 4Q, 1I
(6- 10,9)

1

Torre Vecchia

LACCO*

1R, 3Q
(4 – 7,3)

1

Fundera, Montevico, S. Restituta, Marina.

CASAMICCIOLA

1Q, 5I
(6 – 10,9)

1

Perrone, Sentinelle, Cacciutto.

ISCHIA

8Q, 1I
(9 – 16,4)

---

Celsa, Bagni, S. Antuono, Campagnano.

BARANO

2Q, 4I
(6 – 10,9)

1

Barano, Testaccio

SERRARA –FO.*

1Q, 2I
(3 – 5,4)

---

S. Angelo, Serrara, Fontana.

TOTALI

(55– 100)

(5 - 100)

 

Legenda: R = Rotonda; Q = Quadrata; I = Incerta; * = 1 Torre Regia.;** In parentesi il totale ed il percento del totale generale.
N.B.: Nelle Note sono indicate le zone, e/o i paesi, in cui si trovano le Torri, specie  le incerte, ed alcuni appunti mnemonici.

I dati raccolti nella tabella precedente, impongono alcune riflessioni:
- Casamicciola vede un elevato numero di edifici prevalentemente nel settore degli Incerti: si tratta di nomi ricavati dalle ormai tante letture, ed ai quali non si è riusciti a dare una rispondenza reale. Si ricordi ancora come il territorio di questo comune sia del tutto trascurato, allo stato, nel settore Catalogo della S. (v. Appendice B);
- le Torri cosiddette rotonde, che preferirei chiamare di prima generazione, le più antiche, compaiono solo in alcune zone dell’Isola: Forio, Panza, Lacco;
- le Torri cosiddette quadrate, ossia di seconda generazione, sono quelle che sono distribuite in tutte le altre zone dell’Isola;
- le Torri cosiddette Regie, furono costruite una a Forio, e due nel Terzo (la Città aveva già il suo Castello);
- le Guardiola erano, distribuite nei quattro quadranti dell’Isola, a Forio, Panza, Lacco, Casamicciola, Barano-Testaccio.

Il fatto che le torri rotonde siano presenti, sia a Forio – Rocca, Cierco, Borgo Marinaro, Zalo -, sia a Panza, richiede  una riflessione:

Sia pure non così esplicitamente, la seconda  ipotesi è quella formulata nella parte introduttiva di questa Nota 16; la prima, se la notevole presenza di successive torri quadrate, in Panza, viene attentamente valutata nell’ottica, che stimo corretta,  di uno sforzo dei residenti di provvedere in proprio alla diretta sicurezza, assume una valenza rilevante, di simultaneo ed indipendente sviluppo e radicamento degli insediamenti umani nelle due zone del territorio.
Differenti fra loro geologicamente, la zona settentrionale e quella meridionale del territorio foriano, presentano solo case sparse  nel primo, ed un consistente insediamento umano, raccolto in un casale e distribuito intorno ad esso, nel secondo: ciò potrebbe opporsi all’obiezione che nella zona settentrionale, le torri siano relativamente poche, mentre, anche tenuta nel debito conto l’ottica del vedere lontano e prima, la meridionale le veda presenti in numero davvero rilevante. Non deve inoltre sfuggire anche l’alto valore percentuale, per una frazione come Panza, pari a quello di altre università dell’Isola.
Si deve anche tener presente che l’ottica di veder lontano e meglio, privilegia i luoghi di sito elevato.
E’ da sottolineare come la mancanza di un più preciso e sicuro riferimento temporale per il  complesso degli edifici ora considerati, non consenta una loro corrispondente distribuzione comparata, che meglio varrebbe a validare, o meno, l’una o l’altra delle ipotesi prospettate.
Occorre anche riflettere che, se anche piuttosto generiche, e pertanto non evidenziate in passato, vi sono delle indicazioni come, p.es. quelle della Cianciulli, che a proposito di Panza dice fra l’altro, nelle Notizie Storico-Critiche della sua Scheda sulla Torre di  S. Leonardo [127]:
più volte Panza fu assalita e devastata dai corsari, da cui si difendeva con torri di avvistamento e di rifugio che si ergevano nelle campagne attorno al villaggio. Nel nucleo abitato furono  costruite tre torri…

Fra queste Torri, situate nelle campagne attorno al villaggio, Monti, [56] p. 664, indica la Torre di Zì Palmuntè,  e quella alla discesa di Succhivo.
Il totale così raggiunto, di cinque edifici del tipo, resta la sola indicazione numerica precisa, e pertanto il solo riferimento.

Altre ispezioni
Altre ispezioni sono state eseguite: a Barano, a Casa Polito, a Panza, e di esse è opportuno conservare immediata traccia: se queste ricerche meritino o meno di essere inquadrate nelle Appendici già previste, o dar vita ad una specifica, si vedrà in futuro.

Barano
sulle tracce della possibile Torre; alla ricerca cioè di quella Matarace.
Il Prof. Di Lustro ha indicato, come detto, in un edificio vicino la sede comunale un possibile candidato: le foto eseguite, sul notevole complesso edilizio, per un problema della fida Minolta non sono state utilizzabili a pieno; è stato necessario tornare e rifarle. Comunque ho molti dubbi in merito.

Casa Polito (alla ricerca della Torre di Zi’ Palmuntè)
Dopo il primo incontro con l’Avv. Polito, sono tornato, con Pia a Casa Polito ed ho fotografato la candidata a Torre di Zi’ Palmuntè, sulla quale sospendo ogni giudizio, in attesa di ulteriori verifiche: certo è che le sovrapposizioni edilizie, in mancanza di segni esteriori caratteristici evidenti – scarpa, tori, mensole, voltine, merli, caditoie – non consentono un immediato riconoscimento; se, nel caso specifico, si riflette che nemmeno la posizione sostiene questa candidatura, l’orizzonte appare ancora più nebuloso.
Le parole, se appropriate, vanno meditate: Don Pietro Monti dice nelle immediate vicinanze di ”Casa Polito, e non a Casa Polito, e immediate vicinanze è molto indeterminato.
Ho percorso per una buona diecina di minuti il vicoletto e successivo sentiero campestre, che si apre alla sinistra dell’edificio, senza vedere niente di notevole: la vista chiusa da rilievi e caseggiati rurali, pur proseguendo verso la costa relativamente vicina, non sembra schiudere orizzonti positivi. In più, mi è stato detto, dopo, che si tratta  di percorso interpoderale, senza sbocco.
Se si osserva la citata carta del 1840, alle spalle di Casapolita, ad occidente, vi è  il toponimo Panzese, accanto ad una indicazione grafica che sulle prime pare essere una grossa pietra: se ciò fosse verificato, e se su quella pietra vi fosse, o vi fosse stata, qualche costruzione, essa potrebbe, per posizione , – leggi nelle immediate vicinanze di ”Casa Polito -,  e per tipologia, essere una candidata al ruolo di Torre di Zì Palmuntè.
Le Pietre di grandi dimensioni, presenti nella zona, potrebbero, per geometria propria, aver eliminato la necessità della scarpa.
A proposito di Panzese, ma in generale per i danni del terremoto del 1883, riprendendo ciò che descrisse il Johnston-Lavis, si legge:

[119] p. 92: ….. Più a sud, nei pressi della località Battaglia o case Battaglia, è segnalata Villa Pezzillo… in località Calitto (VIII grado) (Johnston-Lavis, 1885). Non si hanno informazioni sui danni all’edificio in quanto non fu visitato all’interno. Le uniche informazioni degli effetti al sito sono ricavate dalle osservazioni effettuate alle due colonne massicce che delimitano 1’accesso al viale della villa, dove Johnston-Lavis (1885) rileva rotazioni in alcune parti delle colonne e 1’abbattimento degli ornamenti terminali nonostante il loro ancoraggio con acciaio e cemento. A Torre Vecchia (Fiorentino) (VIII grado) poco a nord di Panza, dove le costruzioni sono molto povere, caratterizzate da molte lesioni con distribuzione caotica, non sembra ci siano stati crolli totali. Procedendo ancora verso sud, in località Panza (VIII-IX grado), molte case crollarono e perirono alcune persone, i danni furono minori nelle contrade di Pansese (VIII grado) e Casapolita (VIII grado), poco a sud di Panza. La Chiesa Parrocchiale di Panza presentava grosse e diffuse lesioni. Tutte le volte sono attraversate da grandi spaccature. Secondo il Mercalli (1884 a) la Chiesa era considerata pericolante e quindi da abbandonare. Anche la Chiesa della Congrega presentava un simile danneggiamento. Secondo gli osservatori contemporanei il livello di danneggiamento sarebbe stato condizionato dal cattivo stato delle costruzioni investite dal sisma («... furono le pareti più vecchie e più marce a crollare» Johnston-Lavis, 1885)….

Da quanto ora riportato si evincerebbe che Panzese è il nome di una contrada, che nel testo è accumunata a Casapolita  o Casa Polito, perché prossima ad essa. Il toponimo non sembra però essere stato conservato nelle carte più recenti.
Interessante è notare che anche a Torre Vecchia, i danni furono limitati, senza crolli totali, onde si può ipotizzare che gli anziani, di cui subito appresso, ricordino ciò che proviene, senza grosse modifiche, da un passato ancor più remoto di quello di cui hanno testimonianze dirette.

Panza
Visita, su invito dell’Avv. Polito, che mi ha segnalato, su indicazione degli anziani del paese, tre luoghi degni di attenzione.
La zona percorsa con l’Avvocato è quella ai lati della SS270, immediatamente a nord del paese.
I tre possibili obbiettivi toccati sono:
- la Casa del Cefarotto, in una zona detta Casa Fiorentino di basso, che la gente del posto chiama anche  a’ Torre;
- in Casa Battaglia n. 352 del Dott. Calise Domenico, trovata chiusa, altro luogo rilevante, a detta degli anziani; ho annotato anche un soprannome, ‘O barrettiere, che occorrerà meglio collegare;
- La Pietra, sulla sinistra della SS270 andando verso Forio, poco fuori del paese, fra la via ed un rilievo, verso il mare, con la sua sommità, a quota 178 m, coronata di alberi.

In fig. 13, si dà della zona una illustrazione tratta dagli allegati a [127], che mostra la importanza del rilievo  della Pietra, con quote che vanno dai 148,7 ai 150 m.
Per ordinare le idee, su questo percorso, che per  ora inquadro nel filone collaterale, ma non per questo meno importante, delle Case di Pietra, è bene rifarsi al bel libro della D’Arbitrio e di Ziviello, dello stesso titolo: [26].
Si osservi in merito  la carta, alle pp. 42 e 43 di [26], dalla quale si è tratta la porzione di presente interesse, qui riprodotta nella  fig. 4.
Sempre dallo stesso lavoro, si trae il brano seguente:
[26] p. 57:

Le Case di Panza
Le case di pietra in località Panza offrono un’ulteriore prova della versatilità acquisita dalle comunità contadine dell’isola e della loro capacità nell’utilizzare in senso collettivo massi di particolare dimensioni.
 In località chiamata significativamente la Pietra, un masso di insolita grandezza precipitato a notevole distanza dalla vetta d’origine consente di valutare la straordinaria entità dell’evento sismico.
 Il masso, scavato ed adattato ad innumerevoli usi presenta scolpita la data 1595, su una parete del cellaio. Mentre nel suo perimetro furono ricavati cellai, cisterne, attrezzature di cucina, vasche ed altro; ma 1’aspetto più interessante dell’insediamento è costituito da un gruppo di case, quasi un piccolo villaggio costruito sulla sommità della pietra con strade e gradinate.

Nel medesimo libro sono  visibili  fotografie di  due  di questi particolari manufatti, datate almeno come il libro, al 1982, cioè ben 20 anni fa: è interessante il raffronto fra le immagini di quell’epoca e le fotografie che ho scattate in occasione della nostra visita.
In fig. 5 si riproducono due immagini: la Casa del cefarotto, con la sua scala di epoca successiva a quella dell’insediamento originario, - comunque antecedente il 1968, data dei rilievi aerofotogrammetrici, in cui la scala è visibile, che in [127] sono utilizzati per la descrizione della zona - ed una de La Pietra; in quella 6, altre due immagini di quest’ultimo insediamento.
Specie la prima di queste quattro immagini, presenta il complesso in posizione molto elevata,  con una naturale conformazione a scarpa della pietra di base, che la presenza della scala moderna, accentua ancor di più.
Ulteriore materia di riflessione scaturisce dal confronto fra la carta di cui alla figura 4, tratta da [26], e il particolare della celebre carta del 1840, riprodotto in figura 7, relativo alla stessa zona, e qui completato con le indicazioni grafiche di collegamento con la prima:
- La Pietra è qui la Preta, nella zona di Torre Vecchia;
- nella posizione della Torre di Battaglino, che il sig. Giovanni Migliaccio ha detto essere la Torrella, si legge  Torretta; accanto vi è Casa Migliaccio, ove è la torre omonima; il rilievo già indicato, ad occidente, ben visibile sulla carta, vi figura però senza nome;
- dalle terrazze delle abitazioni situate su questo notevole masso, oltre che della zona ora detta, si ha ottima visibilità dell’abitato di Forio, nel quale svetta, con un rilievo impressionante al vero, molto meno nella fotografia, l’onnipresente Torrione;
- buona, e certamente migliore in passato, la visuale diretta della Torre di S. Leonardo e della chiesa omonima;
- come si può verificare, su una carta dotata di curve di livello, non è pervia anche la visuale verso La Guardiola; sicuramente preclusa la vista dell’Imperatore.

Per la posizione, quota,  toponomastica della zona, e la visuale su altri punti cospicui del Dispositivo, l’insediamento de la Preta assume un rilievo particolare che lo situa certamente al di fuori della semplice etichetta de Le case di pietra, con connotazioni ben precise che lo propongono per un ulteriore approfondimento, nel filone della nostra ricerca.
Inoltre è da osservarsi che le due indicazioni Preta e Torre Vecchia non sono nettamente distinte, - tenuto conto delle possibilità offerte dalla rappresentazione grafica -, da non lasciare adito ad un loro possibile collegamento; si rilevi ancora che l’indicazione Torre Vecchia è, nella carta, di corpo maggiore di quello usato per la Preta.
Nella zona del Pomicione, vi è infine la terza delle tre pietre evidenziate in fig. 4: i tre massi sono disposti consecutivamente, secondo il naturale percorso dato dall’orografia della zona, che conduce a mare allo Scoglio la Nave.

Panza – Casa Migliaccio
Ho voluto controllare se un edificio, attintato in bianco, ben visibile dalla SS270, appena usciti dal paese, inerpicandosi verso il Ciglio, fosse l’ultima evoluzione della Torre di quella zona.
Le riflessioni e le immagini che ne ho ricavato troveranno migliore spazio nell’Appendice 25, a lei dedicata.
Percorsa la Via Marisdeo, mentre mi dirigevo verso Casa Migliaccio, per avere conferma della correttezza del percorso, ne ho chiesto al conduttore di una motocarrozzetta, domandando anche della Torre: se ne sta cadendo, è stata la risposta…; facendogli notare che l’anno scorso vi erano in corso dei lavori edilizi, ha controbattuto che gli interventi di restauro riguardavano   a’ casa, no ‘a torre!
Mi è rimasto il dubbio se stessimo parlando della stessa cosa, o se fosse un diffidente tentativo di depistarmi, come si direbbe oggi.
Giunto in Via Casa Migliaccio, quel che rimane della Torre, è ancora lì, coperto da uno spesso strato di intonaco arricciato, attintato di color brunastro: certo, se non avessi saputo dov’era mi sarebbe sfuggita.
Anche l’accesso alla corte rurale, che consentiva di giungere alla facciata nord dell’edificio – la principale, rivolta verso il paese –, è completamente mutato; sotto l’arco dell’ingresso, rivestito di pietra, seduto su una sedia, un vecchio si stava godendo il sole.

Panza
Siamo ormai agli sgoccioli di questa estate foriana, e molti interrogativi sono rimasti senza risposta: con Pia, ancora una volta siamo andati a Panza, alla ricerca di una traccia per la ormai famigerata torre: in una cartellina di plastica, ho portato con me una stampa della fig. 15, con la zona di Panzese, nelle immediate vicinanze di Casa Polito.
Nessuna delle persone incontrate ha memoria o conoscenza di questo toponimo; accoppiandolo con Palmuntè, ne vengono fuori alcune proposte alternative, frutto di un tentativo di collaborazione, che pare affidato piuttosto alle assonanze:
- per Palmuntè si suggerisce un Palummè;
- per Panzese, si propone l’alternativa Panzetiè, che più tardi verrà tradotta in Panzettella  o Panzitella, che però sta in altra zona del paese, verso nord, al suo ingresso  da Forio;
- qualcuno, fra i più attenti, confessando la sua ignoranza, ci indirizzò ancora una volta all’avv. Polito o a Nino d’Ambra.
Per fortuna nostra, ma non so se anche per la sua, incontrammo l’Avvocato Polito, che in macchina se ne tornava da  funghi, di cui aveva riempito un bel panierino.
Gentilissimo, come il solito, si offrì di accompagnarci, nella zona che indicò come Dentro Panza, che dorrebbe individuare una zona ad occidente del paese, fra Casa Polito  ed il mare, in posizione inferiore.
L’avvocato interpellò alcune persone: un altro Polito, ed una signora D’Abbundo, che si rammaricò per l’assenza del marito, a suo dire meglio informato di lei. Ne venne fuori l’indicazione per un piccolo manufatto ormai scomparso, di cui mi fu mostrata la zona in cui era, addentrandoci fra vigne e ortaggi; fu mostrato anche un rudere stranamente conservato, pur sovrastato da una nuova costruzione.
Ci lasciammo con l’Avvocato che purtroppo era impegnato per tutta la settimana seguente, e che forse, se il Signore ne dà una lunga vita, come ebbe a dire qualche anno fa Francesco Gargiulo, rivedrò l’anno prossimo; per ora, mi ha promesso che ne domanderà ad un non meglio individuato Capitano, e mi farà sapere.
Il fatto è anche che la zona ha subito trasformazioni notevolissime, anche  viarie, come conseguenza di una urbanizzazione veramente convulsa, ed io ho la bella pretesa di trovare rispondenza puntuale fra carte di quasi 200 anni fa (1817-19) ed i luoghi di oggi; mi fa comunque riflettere quel comunemente chiamata – riferito alla Torre di Zì Palmuntè - dato alle stampe poco più di vent’anni fa: pare che questi comuni mortali, che così la conoscevano, siano tutti scomparsi…
Cercherò di riportare dalla vecchia carta del Real Officio Topografico  su quelle moderne dell’I.G.M. la costruzione cui è accoppiato il nome Panzese, di cui le ultime sicure tracce rinvenute sono quelle dovute al benemerito Johnston-Lavis nel lontano 1885: 117 anni fa!

Pietre e sorprese a Panza e dintorni
Questo paragrafo non era inizialmente previsto nella scaletta della corrente Appendice fuori testo, ma si sa, quando si viaggia, le sorprese non mancano mai. Le pietre dell’Isola sono state sempre presenti nel quadro generale della mia personale ricerca, ma forse anche per il nome, forse per l’attenzione dedicatale da molti studiosi, -  V. p. es. : [5], [26], [57], [102] – la Pietra del Turco, su tutte, ha focalizzato anche la mia attenzione.
Le già annotate e tante escursioni alla sua ricerca, - sulle alture di Casamicciola, alla ricerca di S. Barbara, il Celarro o la Celaria, lo Scosuto, uno dei tanti raroni, trovando oltre a quella del Mago ed il Pietrone, più di una proposta per questa celebre Pietra -, ne sono testimonianza.
Qui si vuole solo raccogliere alcuni appunti, quasi un promemoria, mentre il territorio di Panza con i suoi dintorni si apre ad un più approfondito esame, specie per il paziente e notevole sostegno dell’Avv. Polito.
In [26] invece, dato il soggetto trattato, ci si limita a proporre per le pietre, alcune ipotesi e proposte funzionali.
Qualche cenno, anche se poco sottolineato, si è già fornito in passato, ma sempre privilegiando l’aspetto difensivo di sottrazione del bersaglio, indirizzato e concretizzato al, e nel, ricovero.
È bene, ora, segnalare alcuni altri brani di questa fonte:

[26] p. 9: …Con sorpresa costatammo che all’interno della località Cuotto esisteva un vero e proprio insediamento di vaste proporzioni, e che intorno al masso principale adibito ad abitazione e cellaio gravitava un complesso insieme formato da pertinenze rurali, ossia massi minori utilizzati per ricoveri, palmenti, cisterne, depositi, vasche, e perfino un singolare masso con una scala scolpita che in un secondo momento si rivelò essere d’osservazione con analoga funzione dei torrioni di guardia dislocati lungo le coste dell’isola….

Per quanto questa proposta funzionale sia attraente, occorre effettuare una distinzione di destinazione, del resto evidenziata, sia pure non in chiave specifica, sempre nello stesso lavoro:

p. 53: …:  complesso rurale in località Cuotto
Questo complesso probabilmente costituisce 1’insediamento più completo per la vasta tipologia dei massi adibiti alle varie esigenze della campagna, comprendente abitazioni, rustici, pertinenze agricole ed anche di difesa…... L’insediamento, esposto alle incursioni a causa della sua vicinanza alla costa, era provvisto di un dispositivo di guardia costituito da un masso piramidale di osservazione situato all’ingresso del cratere e dotato di una ripida gradinata scolpita nella roccia…

Come si vede si tratta di una funzione di vigilanza locale, al servizio di una piccola comunità, e non di opera inserita in una organizzazione più vasta, come quella che ho sinteticamente indicata come il Dispositivo.
Questa annotazione costituisce comunque una specifica riflessione sulla materia pietre; per una integrazione visiva si rimanda ancora una volta a [26], ed alle sue figure 3, ed a quella in pag. 44.
Per ora, dopo quanto visto e detto, restano da verificare alcune indicazioni e la loro gestione, oltre che, logicamente la situazione orografica. Una particolare attenzione va posta alla zona di Panzese o Pansese, specie per la possibilità che essendo nelle immediate vicinanze  di “Casapolito” possa essere il luogo della sospirata torre indicata in [56].
Questa zona si presenta racchiusa lateralmente dalla collina de La Guardiola e dall’erta di S. Gennaro e la cresta che termina a mare con Capo Negro, pervia sulla Cala di Panza  lungo Cava Pelara.
Il buon ingrandimento della figura 14, consente anche di vedere meglio ciò che è indicato come Panzese: un insieme di costruzioni di un certo rilievo, cui menava una breve stradina che si dipartiva da quella che conduce alla sommità di Capo Negro.
Si è già detto del tentativo effettuato il 20 settembre 2002, e del toponimo attuale della zona, dentro PANZA: nel senso di sottostante al paese, come precisa il prof. Di Lustro.

Alla ricerca del Panzese sulle carte dell’I.G.M. [42] e [43]
La figura 18, che è la ripetizione delle 8 e 9, con l’aggiunta di due indicazioni specifiche, in entrambe le carte consultate, testimonia il risultato delle ricerche fatte.
Riportando sulle moderne carte dell’I.G.M. la posizione di quello che appare essere più un grosso cascinale, che non un casale – sorvolando per il momento sulla distinzione – cui è associato il nome Panzese, si individua un rudere in entrambe le carte, quella del 1958 e quella del 1997; poco più meridionale è la posizione di un altro rudere: entrambi nei pressi di Casa Polito.
Al riguardo si possono fare le seguenti riflessioni:
- la prima carta è eseguita su rilievi del 1817-1819, e pubblicata nel 1821 o 1840 [51], [156];
- Johnston-Lavis [131], nel 1885, parla di lievi danni causati dal terremoto del 1883, nella zona di Panzese;
- la seconda, delle tre carte considerate, è stata eseguita su rilievi del 1956? , cioè circa 70? anni  dopo: nell’arco di questi anni, Panzese è divenuto un rudere, ancora significativo, e tale da meritare una notazione topografica, ma non un toponimo;
- il rudere è ancora rappresentato nella più recente carta dell’I.G.M., cioè 5 anni fa: o si tratta di mera riproduzione di notazioni della carta precedente, senza un ulteriore accertamento della situazione, o il rudere era effettivamente ancora lì. Al riguardo, si ricordi, che si è localizzato e fotografato un rudere, poco lontano dalla casa di una signora D’Abundo
- nulla può dirsi, in questa chiave, sull’altra indicazione, il rudere meridionale: a livello di ipotesi, sia l’uno, sia l’altro, potrebbero essere legati alla  famigerata torre, quella di Zi’ Palmuntè.
Solo per fissare le date, e localizzare meglio l’arco di tempo in cui Panzese passò dalla evidenza topografica e quella di casale, a quella di rudere, occorre verificare la data dei rilievi sulla cui base è stata redatta la carta del 1958.
Lo farò a Napoli, dove conservo la mia copia originale delle due carte dell’I.G.M., ed una fotocopia di quella del Real Officio Topografico, nella scala originale.
Il risultato è destinato a chiarire solamente i tempi, mentre, per quanto concerne gli edifici, la questione rimane tuttora aperta.
Un ulteriore documento, solo in chiave di controllo personale, può essere trovato nelle carte da me elaborate per l’individuazione dei ruderi sull’intero territorio dell’Isola, sulla base di quelle dell’I.G.M.: nel caso specifico, si esaminerà il territorio di Panza.

Ancora pietre
È da tempo, anzi anni, che mi sono accorto che gli autori di [26] hanno dato alle stampe un nuovo lavoro, dello stesso argomento, che ho ritenuto essere una nuova edizione del libro precedente. Stimando di aver sufficientemente approfondito l’argomento, ho pensato di non doverlo leggere: ho mantenuto questa posizione fino al 24/09/02, quando ne ho fatto acquisto in una libreria di Ponte, poco lontana dalla Torre dei Parlamentari.
Questo libro, il cui riferimento bibliografico ha qui il numerale distintivo [173], presenta un contenuto assai poco diverso da quello che vide la luce nove anni prima: il titolo, in cui Ischia precede, anziché seguire le Case di Pietra, le vere protagoniste di entrambi i lavori, testimonia il desiderio degli Autori di presentare la loro ricerca in una luce più ampia, lumeggiando il percorso storico che le ha viste in un piano non secondario, nell’articolazione abitativa, produttiva  e  di difesa passiva dell’Isola.
Per far ciò, essi hanno attinto a piene mani da quei pochi testi cui, purtroppo tutti, chi più, chi meno, fanno riferimento: Algranati, Buchner, CerveraChevalley De Rivaz, d’Ascia,  Iasolino, tanto per fare qualche nome, in rigoroso ordine alfabetico, sono fra gli autori di questi.
Non entro nel merito di questo tentativo, per me insoddisfacente, e poco migliorativo della loro pur sempre notevole indagine, che ora vede però qualche nuovo percorso; di una cosa ci si deve lamentare: manca un aggiornamento specifico, generale, dello stato delle protagoniste del lavoro, a nove anni dalla prima presentazione. Stimo che, invece di tante, pur necessarie considerazioni sul deterioramento del tessuto abitativo dell’Isola, e del diverso, e non certo migliore, corrispondente atteggiamento culturale delle popolazioni isolane, un esame comparato di ciò che si vedeva quasi un decennio fa, e ciò che si vede oggi, nel settore specifico, avrebbe meglio servito la loro causa, e migliorato il livello conoscitivo del nuovo lettore: di questo c’è solo un tentativo iconografico, e molte parole.
Intendo dire che ciò che si vedeva all’epoca del primo lavoro, non è detto che sia rilevabile, a distanza di tempo, sulla base della prima documentazione presentata, dati i quasi scontati ed i certi cambiamenti.
Inoltre, tanto per fare qualche osservazione più esplicita, nomi come La Bastia, il Monte della Guardia, avrebbero forse meritato un migliore spazio: avendo gli Autori percorso e ripercorso a fondo il territorio dell’Isola, un maggiore contributo al corrispondente stato dei luoghi sarebbe stato oltremodo gradito.
Più documentato è invece il tentativo di veder tracce di un sistema di segnalamenti, ottici, evidenziando fori, ganci, e conetti di segnalazione  - si veda anche la fig. 60, e si leggano i brani seguenti:

[173] p. 66:… Una prima essenziale verifica è stato il ritrovamento di una serie di reperti fino ad ora sconosciuti, disseminati sulla dorsale che vede nell’Epomeo, Pietra dell’Acqua e monte della Guardia, le vette strategicamente disposte alla più ampia osservazione e controllo della sottostante costa; ma tra di esse, e secondo una dislocazione tutt’altro che casuale sono stati ritrovati alcuni conetti scavati in alcuni massi, che si possono ritenere adattati proprio all’uso di cui il D’Ascia scrive a proposito di Pietra dell’Acqua, quest’ultima, un grosso grumo roccioso, allineato con il monte Epomeo, ma in posizione più avanzata, era un osservatorio strategico sulla cui sommità, accessibile mediante una rustica scalinata scavata nella roccia, disponeva di un incavo per la raccolta del materiale incendiario essenziale alle segnalazioni; dalla vetta era possibile comunicare con la costa Flegrea. Il Monte della Guardia infine, era definito sulla sua sommità, da una caratteristica sporgenza rocciosa, analoga per forma e funzione ai conetti disseminati sui fianchi collinari che contornavano la vetta emergente dell’Epomeo; gli allineamenti dei collegamenti erano in tal modo determinati dalla esigenza di un controllo totale…..
…..
 Riteniamo che lo spuntone roccioso di Pietra dell’Acqua di modesta consistenza, e per giunta irregolare, svolgesse piuttosto la funzione di osservatorio; mentre nelle immediate vicinanze, è stato rintracciato un masso affiorante che per forma e dimensione sembra più adatto ad essere considerato un ricovero vero e proprio; il masso, in prossimità del posto di guardia, e ancora oggi scarsamente percepibile, poiché  incassato nello stesso andamento irregolare del terreno, inoltre, esso disponeva di un accesso di limitate dimensioni, mentre all’interno, ancora si può notare la presenza di un modesto focolare ricavato in un piccolo ambiente….

Questo dei conetti di segnalazione, sui quali viene aperta una interessante finestra, è una delle poche nuove proposte, che occhi esercitati da una conoscenza non superficiale dei luoghi hanno potuto e saputo cogliere.
Difficile appare la lettura del brano relativo al Monte della Guardia, perché mentre vi si nota che il monte stesso termina con una  caratteristica sporgenza rocciosa, struttura naturale analoga per forma e funzione ai conetti,  poi, nella figura 60, vi è anche un focolare  molto più in basso, e sicuramente manufatto.

Diversa dalla posizione degli A. è la mia, in merito ai pali infitti alla sommità di massi, che ho motivato in passato sulla base di differenti ipotesi, basate su una visione, che ritengo ancora valida, di una azione differenziata delle segnalazioni a livello locale e generale, che in altra parte del libro viene però condivisa.

Si legge infatti:
[173] p. 65:….Le comunità contadine, disseminate in un vasto territorio, spesso lontane dai centri abitati, dovettero creare un proprio sistema difensivo, costituito da massi rocciosi di avvistamento e da ricoveri mimetizzati opportunamente nel territorio circostante. Le rocce d’avvistamento, spesso erano gli stessi massi abitati, sulla sommità dei quali, sono stati ritrovati fori, ganci, atti alla sistemazione del materiale utile alle segnalazioni; ma oltre ai massi abitativi, altri erano stati destinati all’esclusivo scopo di avvistamento; essi, opportunamente intagliati, con scalini incisi nel vivo della roccia, erano disseminati nel1’area del Cuotto, della Pannoccia, e nella stessa Falanga; dalla sommità dei massi venivano fatte segnalazioni visibili di giorno e di notte…

La presenza di questa esplicita conferma circa la presenza di due distinti sistemi difensivi, il primo a carattere generale, per l’intera isola, e l’altro a carattere locale, per insediamento abitativo o di lavoro, è quanto mai opportuna, poiché l’impressione che si ricava dalla lettura del libro sembra invece indicare che si propenda per una pianificazione generale ed integrata delle due organizzazioni.
Con ciò non si intende minimizzare il secondo tipo di provvedimenti difensivi, ma inserirlo in un contesto diverso, di secondo livello, con le riflessioni e le notazioni del caso.

Oltre a quanto ora detto, le speranze di trovare in questo nuovo lavoro qualche aggiornamento, scritto o visivo su specifici massi, sono andate purtroppo deluse; neanche la qualità delle immagini, quelle utilizzate anche nel secondo lavoro,  tanta parte dell’opera, pur su carta di superiore qualità, è migliorata.
Per esemplificare, parlando del quadro informativo, nel caso specifico che mi ha mosso al nuovo acquisto, cioè Le Case di Panza, né testo, né immagini vedono una benché minima differenza fra i due libri [26] e [173]. Per uno strano caso, ed è purtroppo l’unica variazione riscontrabile,  nell’Indice, con un errore che suona quasi ironico, quel titolo diventa Le Cose di Panza.

Tralascio altre considerazioni, che forse in altra parte della mia ricerca potrebbero trovare posto, per concludere che vedo il nuovo contributo degli Autori come una loro meditata riflessione sul lavoro precedentemente svolto, ed un tentativo di presentare la seconda edizione della loro prima opera sull’argomento,  non solo come una semplice ristampa: il titolo, come detto, testimonia questo sforzo e questa aspirazione.
Si noti ancora, esplicitamente, che i miei commenti sono sempre relativi ad una particolare visione del territorio, e dei provvedimenti difensivi basati prevalentemente su grandi manufatti, cui guardiole, caselle, garitte, ricoveri, fanno da sussidio e necessario contorno.
Sulla base di quanto  gli autori di [173] sono riusciti a documentare, accanto ai camini delle torri per le fumate diurne per le grandi distanze, si dovrebbero porre i conetti  per le piccole/medie distanze, in operazioni notturne.
I fuochi per le comunicazioni visive notturne, che si facevano dai maggiori manufatti, certamente operando a livello delle coperture, avrebbero dovuto valersi di qualche opera fissa, corrispondente ai conetti, ma fatta debita ed esplicita menzione dello stato attuale delle Torri superstiti, non risulta che qualcuno abbia segnalato manufatti specifici per i loro fuochi: pur non  ricordando niente di scritto, né visivamente illustrato, al riguardo, sarà bene porre in futuro una specifica attenzione a questo aspetto squisitamente operativo.
Una riflessione finale, conseguenza dell’interrogativo se fossi stato un po’ precipitoso nel considerare il nuovo – per me, s’intende – lavoro della coppia D’Arbitrio-Ziviello, non proprio tale. Ho particolarmente avvertito una mancanza di rinnovamento nella parte iconografica, ma ho pensato di sottoporla comunque ad una verifica anche numerica, ricavandone i valori della successiva tabella.

Conclusioni
Queste conclusioni sono ancora temporanee, perché attendo ancora una verifica sul materiale raccolto.
Il tutto, con quello che ancora debbo ancora elaborare, per riordinare questi brevi appunti, quasi extra moenia, di quest’estate-autunno foriani dell’anno 2002, con un piede già sulla via del rientro a Napoli.
Certamente questa stagione foriana ha molto contribuito a ulteriori messe a fuoco, individuazione di manufatti, contatti utilissimi, letture nuove e talvolta mirate. Ancora una volta mi viene alla mente quella osservazione del Padre in merito al valore delle pennellate, al termine, o verso quella fase, dell’esecuzione di un quadro: valgono certamente molto di più delle prime, ma si avvantaggiano del gran lavoro precedentemente fatto.
Per il momento ci si ferma qui, per quanto concerne il racconto del viaggio di quest’anno; le altre parti, già programmate di questa Nota 16, attendono ancora la loro stesura e/o il loro completamento, e, nonostante l’impegno, il progresso conoscitivo è risultato complessivamente modesto.

Forio -Napoli , ottobre 2002.

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