Appendice Q (appunti) - Masserie


[24] p.50 -51:… La si potrebbe intitolare: La storia della famiglia "saccapanna"; oppure: Storiadi poveri coloni. Ma comunque la s'intitoli resta sempre la storia di come i due territori, Lo Pantano15 e Lo Còttomo, divennero proprietà del Convento.
   Tra le antiche famiglie d'Ischia quella dei Sasso occupava uno dei primi posti. Chi tenne alto il decoro della famiglia per tutta la seconda metà del 1600 fu il giudice a contratti Carlo Sasso, il quale il 25 agosto 1647 sposò Lucia Vado, che gli diede molti figli tra i quali eccelsero il primicerio Andrea, Nicola (che sposò Feliciana Regine e del quale si parlerà più avanti). Due figli, il reverendo Francesco e Giovanni Antonio morirono di morte violenta nel '93.
    Si tratti di lui o di altro della famiglia Sasso, certo è che Carlo Sasso durantel'anno 1658 teneva un figlio, Giuseppe, nel Convento degli Agostiniani e gli diede (e logicamente passò al Convento) per mano dell'allora maestro fra Gregorio Sasso(forse, fratello di Carlo) la somma di 150 ducati. Tale denaro era dovuto a Carlo dai fratelli Jacono, Silvestre e Fabrizio. Fabrizio Jacono, meglio conosciuto col soprannome "Saccapanna", ebbe un figlio, Tommaso, il quale, in mancanza di più e diversa personalità, fu chiamato patronimicamente "di Saccapanna". Tommaso, a sua volta, ebbe una figlia, alla quale diede il nome di Autinia. Autinia dovette avere qualche dote in più del padre, perché si sottrasse (e non era facile a quei tempi, quando il soprannome durava per generazioni) al patronimico "di Saccapanna", per pigliare quello di Autinia di Fontana (diremmo adesso, la fontanesa). Autinia la fontanesa andò sposa ad Onofrio Mattera, portandogli in dote la ricca eredità di suo padre Tommaso e di suo nonno Fabrizio, alias Saccapanna. In detta veste di ereditiera dei beni del padre e dell'avo dovette obbligarsi col Convento (1661).Rimasta vedova di Onofrio ed essendo anch'ella molto avanzata negli anni, Autinia nel 1679 lasciò erede universale la propria figlia Giovannella Mattera, che nel frattempo era andata sposa a G. Battista Mattera.
   "Saccapanna" vale buon bevitore di vino, e se non falla il proverbio che vuole spesso i nomi rispondenti al loro significato, questi Jacono, buontemponi com'erano, avevano avuto poco tempo per pensare a pagare i debiti annuali al Convento, il quale, peraltro, poco si preoccupava del loro ascendere. Intanto il peso del censo
era diventato oneroso: era passato, durante la gestione di Giovannella, dai 150 ai180 ducati.
    Fu così che Giovannella, stanca di trascinarsi dietro un peso sempre più grave, nel 1699, venne nella determinazione, alla quale, peraltro, arrivavano prima o poi tutti i debitori morosi, di sdebitarsi, cedendo parte del territorio del Pantano. Nelle carte fu precisato che, se il territorio non fosse bastato da solo a sanare il debito,Giovannella avrebbe ceduto altresì le fabbriche in esso esistenti.
    In quell'epoca era priore del Convento padre Ambrogio Di Giacomo, al quale toccò di prendere possesso della massaria. Egli compì quest'atto il 29 novembre 1699. Si portò sul posto, s'intende, circondato da molti frati, dato che si trattava di una cerimonia che quasi rasentava il religioso, nonché dall'Attuario della Città, dai testimoni e dal notaio per la stesura dell'atto, ed eseguendo gli atti di rito, come entrando e uscendo dalla massaria, camminando su e giù per essa, rimuovendo le erbe del terreno, troncando i rami ed eseguendo molte altre azioni, prese pacificamente il reale e corporale possesso del bene….
    Col nuovo possesso il fondo Pantano si allargava di molto, perche esso veniva ad aggiungersi ad un altro fondo a fianco, ricevuto da Restituta Morgioni nel 1529, e ad altro ancora, comprato da Gaspare Cossa nel 1406, come detto già precedentemente.
    Ma Carlo Sasso nel 1657 aveva investito altri 150 ducati sui frutti di un'altra sua massaria, detta Lo Còttomo e tenuta dagli Scotti, e nel '58 li aveva ceduti al Convento. Anche qui l'accumulo del censo non pagato portò alla stessa fatale conseguenza. Il figlio di Luca Scotti, infatti, di nome Giovan Vincenzo, preferì rinunciare al Convento la massaria con due case "terragne", cisterna e corrile, pur di liberarsi dalle pastoie dei censi.

Massaria di Cartaromana  e del Cilento
[24] p.51-52:… La storia incomincia dal vecchio notaio d'Ischia Scipione Cigliano (senior) .... Dei suoi due figli, Battolomeo fu religioso agostiniano, l'altro. Aniello, sposò Lonna (Laudonia) di Martino, della nobiltà del tempo, se un'altra di Martino,Diana, probabilmente sorella di Laudonia, andò sposa al notaio Scipione Calosino. Il figlio di Aniello, come nella tradizione, portò il nome del nonno e fu Scipione Cigliano (junior). ..... Fu possessore di molti beni tra quelli ereditari e quelli venutigli in dote dalla moglie Lucrezia Basso. Per averla ricevuta da una zia materna di nome Nardella (Leonarda), aggiunse ai predetti beni anche metà della Selva Nardella (dal nome della proprietaria, come d'uso).
    Scipione Cigliano (junior) non ebbe figli. Così il 2 agosto 1708 pensò di fare testamento, al quale aggiunse un codicillo nel 1714. Lasciò usufruttuaria la moglie Lucrezia (che morì sessantaquattrenne il 14 dicembre 1725) ed erede universale proprietario il nipote, figlio di sua sorella, giovane cresciuto nella sua curia, il notaio Aniello Attenasio, coniugato con Clara di Iorio. Presentendo la morte, Scipione Cigliano (junior), nel 1713, pensò di caricarsi di qualche opera buona donando al Convento degli Agostiniani la Selva Nardella; di più, a nome di Lucrezia, sarebbe andato alla Mensa vescovile la massaria di Cartaromana, ricca di selva, bosco, palmenta, cisterna, forno ed altre comodità. Il notaio l'aveva comprata all'asta 1'8 novembre 1683 dalla vendita dell'eredità dei Calatoia e dei Buarelli.
    Allorché nel 1715 divenne ereditiera la signora Lucrezia, si pensò, per non gravarla dei censi e dei debiti contratti dal marito, di trasferire tutta la proprietà ad Aniello Attenasio. Questi, per chiudere un doloroso capitolo, rinunciò alla Mensa tutta l'eredità con i censi e con i debiti ….
    L'eredità era enorme, tutta Cartaromana e la Selvitella, i debiti ingenti e il vescovo Luca Trapani ricorse a espedienti non pochi e rischiosi, per risolvere positivamente la grossa questione. La massaria di Cartaromana veniva ad aggiungersi alla già estesa massaria del Cilento di 25 moggia, dove c'era l'antico palazzo vescovile: 14 stanze, con cortile adorno delle Quattro Stagioni, statue di marmo bianco, con grandissima cisterna nel mezzo…. A fianco, verso il mare, seguiva il territorio di S. Anna di proprietà del duca di Bovino, Guevara, ....

    Il Cilento già risultava dalla platea di Polverino del 1566.  Il vescovo Luca Trapani lo fece misurare dal tavolario di Forio Cesare di Spigna, 25 moggia, a cui andavano aggiunte altre 12 della massaria di Cartaromana, il cui confine correva lungo la via vicinale fino al mare, "compresavi la Carcara sita in detto lido". Luca Trapani diede al territorio del Cilento lo "spazioso viale che incomincia dalla Cappella del Carmine della famiglia Scoti, con due colonne con le insegne vescovili".