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Pithecusa

Scavi di S. Restituta

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La Magna Grecia al
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In ricordo di Giorgio Buchner:
Scritti di archeologi e studiosi

"Sempre cantano la sua sapienza" 

Opere e articoli di G. Buchner

 

 

 

 

 

Il nome e l'opera di colui che ha scoperto e

scavato Pithekoussau negli scritti di archeologi e

studiosi

 

Amedeo Maiuri
in Passeggiate campane (1982): Alla scoperta di Pithecusae (settembre 1942):

[...] Con questi ed altri pensieri sono accorso a vedere la prima scoperta archeologica dell’isola; un’umile e grande scoperta: il primo villaggio di capanne sorto nell’età del ferro attorno alle rocce del Castiglione. Si deve al più giovane paletnologo italiano, ancor fresco di studi dell'Università di Roma: a Giorgio Buchner che, da buon archeologo militante, ha fatto bivacco e cantiere nella vecchia stufa del Castiglione. È una casa colonica cadente che ha servito gran tempo da terma per la gente povera dei dintorni: un po' di vapore caldo si sprigiona ancora da un lembo di roccia nera maculata di zolfo racchiusa in un angolo fra due muri; c' è almeno da sgranchirsi le mani dal primo freddo invernale. Sul piancito sconnesso è steso o ammucchiato un alto lenzuolo di cocciame: è la messe più ricca dello scavo. Per un profano potrebbe essere lo scarico della fornace d'un vasaio con il pentolame rotto andato a male, il ripulimento di un campo da semina dai cocci che l'ingombravano; è invece la documentazione preziosa della vita e dell' industria del più antico villaggio che sia apparso fin oggi sul suolo dell' isola. Giorgio si raccapezza fra quei mucchi di cocciame come il gioielliere fra le teche segrete delle sue oreficerie. Curvo a terra va a colpo sicuro, in mezzo a tutto quel tritume, a scegliere e a mostrarmi felice il grosso labbro d'un orlo, la curva d'una spalla, il fondo cavo d'un piede, completando sobriamente con il gesto della mano le parti mancanti. Erano vasi grossi e panciuti, ziri, giare e doli; erano insomma i pithoi che stando a un'ambigua etimologia discussa da antichi e da moderni, avrebbero dato grecamente nome all' isola: Pithecusai. Era l'isola dei pithéci, delle scimmie, dei Cercópi, dei maligni caudati folletti abitatori di bolge di fuoco, o non piuttosto di industriosi vasai e pentolai, facitori di pithoi? Lasciando, per amore di pace, l'etimologia nella sua comoda ambiguità (che a prender partito in questi casi c' è da compromettere tutta un'onesta vita di studi), il fatto è che innanzi a quel rovinio di cocci vien fatto proprio di pensare allo scarico di fornaciai e di vasai. [...]


David Ridgway – Daidalos and Pithekoussai
(Annali di Archeologia e Storia antica: Scritti in onore di Giorgio Buchner (in occasione dei suoi 80 anni), Nuova Serie n. 1/1994 – Istituto Universitario Orientale di Napoli)

Nel 1966 cominciai a lavorare, a seguito di invito di Giorgio Buchner, su quello che compresi più tardi essere il compito, veramente enorme, di catalogare le ceramiche dell'VIII e VII secolo provenienti dalle tombe che lui aveva scavato nella necropoli di Pithekoussai tra il 1952 ed il 1961. Nel 1979 il nostro manoscritto fu sottoposto al Comitato Editoriale dell'Accademia Nazionale dei Lincei e fu pubblicato nel 1993 come Pithekoussai I. I ricordi che conservo del lavoro con lo scavatore di Pithekoussai nei tardi anni ’60 e negli anni ‘70 sono vari e vivi. I più felici riguardano le nostre discussioni (dalle quali appresi molto da lui) circa la questione "che vita c’era stata realmente" a Pithekoussai nella seconda metà dell'VIII secolo a. C. La maggior parte delle nostre conversazioni su questo straordinario e affascinante tema ebbe luogo quando stavo pensando di discutere, e forse anche di completare, l’esatto modo di descrivere le categorie dei manufatti rappresentati in quelle che ora sono note come le tombe 132-723.
Non sorprendentemente, le discussioni più interessanti che avevamo erano invece focalizzate sulle nuove scoperte della seconda serie di scavi nella Valle di San Montano o nel nuovo sito di Mazzola. L’ultimo diede vita alla nostra struttura privata come le case:le fasi attraverso cui esso evolse in un quartiere metallurgico e poi in un complesso industriale suburbano, specializzato nella lavorazione di base e metalli preziosi furono marcati da numerose singolari aggiunte dei possessori nei depositi di Via Mezzavia. Uno dei più importanti fu un enigmatico disco di piombo coperto di bronzo del peso di g. 8,79, straordinariamente compatto (“praticamente identico” allo standard di g 8,72 dello stato euboico-attivo. Le prime officine di orefici, dove argento ed oro, ornamenti personali, dovevano essere pesati prima o dopo la lavorazione, divennero così una reale possibilità; ed il riferimento (geologicamente impossibile) a “miniere di oro” nella traduzione di un passaggio localmente famoso nel racconto dell'Italia di Strabone (5.4.9) potrebbe essere emendato di conseguenza in "le attività di orefici". Un altro pezzo fu a prima vista anche meno attraente del disco di piombo: una fibula di bronzo, contorta, rotta e incompleta. Il fatto dimostrabile che è dovuto precipitare fuori del suo terriccio («vedi le sbavature [casting-seams]?») provò una volta e per sempre che altre simili nel cimitero non dovettero essere importate («questa 1'hanno fatta QUI!»).
Durante il corso degli anni, ho ricordato molte volte queste ed altre conversazioni avute con Giorgio Buchner sulla metallurgia, e soprattutto quando lessi il primo capitolo di Sara Morris sullo stimolante studio di Daidalos. Le pagine seguenti ne sono il risultato, ed io sono ben consapevole che i loro contenuti andrebbero bene più per un informale scambio di vedute alla fine del lavoro quotidiano che per una presentazione cartacea in un giornale letterario. Per questa vera ragione, io spero che queste modeste note saranno considerate come un appropriato - non dico adeguato - ringraziamento e tributo a Giorgio Buchner, da parte di uno che ha avuto il grande privilegio di essere per molti anni riconosciuto a Lacco Ameno e ben oltre come il suo guaglione di bottega.


David Ridgway e Bruno d'Agostino
in presentazione del libro edito in occasione degli 80 anni di Giorgio Buchner

Non c'è oggi studioso del mondo classico o del Mediterraneo antico che non conosca il nome e l'opera di Giorgio Buchner: pur nella vastissima gamma dei suoi interessi, egli soprattutto è e resterà sinonimo dell'euboica Pithekoussai, e dell'autentica rivoluzione che questa scoperta ha portato in tutte le nostre nozioni riguardanti la Magna Grecia, e di conseguenza anche la Grecia arcaica da un lato, e dall'altro l'Italia antica. Questi sono fatti: ma il semplice riconoscimento di una grande impresa scientifica, benché di eccezionale portata, non dà un'idea dell'uomo stesso - come ci è offerta invece dalla sentita frase usata da uno dei colleghi che ha contribuito a questo volume, C.W. Neeft, nella dedica del suo Protocorinthian Subgeometric Aryballoi (Amsterdam 1987):

To Giorgio Buchner: a meticolous excavator, ever ready
to share his discoveries and insights with thè world.

Per innumerevoli studenti e studiosi queste brevi parole evocano preziosi ricordi dell'ineusaribile pazienza e cortesia usata dallo scavatore di Pithekoussai con tutti i visitatori, anche sconosciuti, e del piacere ch'egli ha sempre mostrato nello scambiare informazioni e idee con i colleghi. E i colleghi dovranno ammettere, in tutta sincerità, di aver sempre appreso da lui più di quanto non gli abbiano insegnato. Un altro degli autori che hanno collaborato a questo volume, Oswyn Murray, lo definisce molto acutamente come (piXóipiXoq: «un uomo che per la sua modestia e generosità è diventato per tutti un amico».
Com'è noto, gli uomini modesti e generosi raramente riscuotono gli onori che meritano, e raramente - ed è il caso del Nostro - gradiscono l'attenzione che si accompagna agli onori. Ai curatori di questo volume è sembrato tuttavia impensabile di lasciar passare l'ottantesimo genetliaco di Giorgio Buchner senza esprimergli in alcun modo la generale ammirazione, l'affetto e la gratitudine. Ma come riconoscere il valore di tanta impresa, e di tale uomo?
Abbiamo scelto la forma del Festschrift a tema, puntando su un tema in particolare che i meticolosi scavi di Giorgio Buchner a Pithekoussai hanno contribuito più di ogni altra cosa a definire nei termini validi per la nostra generazione. Il risultato costituisce il primo tentativo cosciente e concorde di affrontare la sfida che la vita e l'opera di Giorgio Buchner presenteranno a lungo. Ci auguriamo che non gli dispiaccia, anche se ci rendiamo perfettamente conto che ancora una volta egli apprenderà dal nostro sforzo meno di quanto noi tutti abbiamo appreso e continuiamo ad apprendere da lui.

Bruno D'Agostino
in Pitecusa: una apoikia di tipo particolare (premessa)
(
Annali di Archeologia e Storia antica: Scritti in onore di Giorgio Buchner (in occasione dei suoi 80 anni), Nuova Serie n. 1/1994 – Istituto Universitario Orientale di Napoli)

II desiderio di rendere omaggio a colui che ha scoperto e scavato Pitecusa nasce non solo dall'importanza dei risultati, dalla capacità straordinaria di comprendere e di valorizzare ogni dato, ma ancor più dal carattere esemplare dell'impresa. Questa è stata il frutto della sapienza e della determinazione di un uomo solo, che ha dovuto misurarsi in passato con l'ostilità e l'indifferenza di quella stessa Istituzione che avrebbe dovuto sorreggerlo.
Questo desiderio evoca in me il bisogno di approfondire il senso della sua scoperta. So che le opinioni da me espresse nel passato non sono piaciute a G. Buchner, e forse non gli farà piacere che io vi ritorni, proprio nell'omaggio a lui dedicato. Sono convinto però che - anche in virtù delle riflessioni indotte in me dalle critiche e dai nuovi dati - la distanza tra le mie opinioni e le sue sia oggi più apparente che reale.

Michel Gras
in Pithécusses. De l’étymologie à al’histoire
(
Annali di Archeologia e Storia antica: Scritti in onore di Giorgio Buchner (in occasione dei suoi 80 anni), Nuova Serie n. 1/1994 – Istituto Universitario Orientale di Napoli)

[...] Lo straordinario lavoro effettuato da Giorgio Buchner a Ischia – rivelando un sito fondamentale per la comprensione della storia antica del Mediterraneo – ha in un certo modo modificato la nostra conoscenza del mondo euboico d’Occidente nell’VIII secolo.

Roald F. Docter – Hans G. Niemeyer
in Pithekoussai: The Carthaginian connection....
(Annali di Archeologia e Storia antica: Scritti in onore di Giorgio Buchner (in occasione dei suoi 80 anni), Nuova Serie n. 1/1994 – Istituto Universitario Orientale di Napoli)

Giorgio Buchner è stato il primo a mettere in evidenza le relazioni fenicie di Pithekoussai, dopo aver scoperto la ceramica di origine orientale nella famosa necropoli di San Montano di Lacco Ameno. L’impatto di questi ritrovamenti può difficilmente essere sopravvalutato. Essi hanno modificato ed arricchito la nostra descrizione del Mediterraneo nell’VIII secolo in generale ed hanno in particolare accresciuto la nostra comprensione delle prime relazioni greco-fenicie. Quindici anni più tardi, nel 1979, egli ha presentato la sua magnifica relazione al simposio di Colonia (Pho nicians in the West) sotto il chiaro ma nello stesso tempo piuttosto intricato titolo tedesco “Die Beziehungen zwischen der euböischen Kolonie Pithekoussai auf der Insel Ischia und dem nordwestsemitischen Mittelmeerraum in der zweiten Hälfte des 8. Jhs. V. Chr” (Relazioni tra la colonia euboica di Pithekoussai nell’isola d’Ischia e l’area semitica mediterranea nordoccidentale nella seconda metà dell’VIII s. a.C.).

Mario Carus
Basta scavare ed ecco Pithecusa
(Il Mattino Illustrato a. V n. 45 – 7 novembre 1981)

Agli inizi degli anni ’30 un giovane se ne andava solo e di buon mattino a cercare cocci su Monte Vico ad Ischia. Il giovane che se ne andava a passeggio per l’ex Pithecusa era Giorgio Buchner. Lo fa ancora oggi, il passo è certo più lento, la scelta del posto per lo scavo però più felice. Giorgio Buchner, archeologo stimato in tutto il mondo, ha trascorso più anni a Ischia che nella sua Germania. L’isola ha sempre esercitato su di lui un fascino straordinario.

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