Un mese a Napoli
Descrizione della Città di Napoli e delle sue vicinanze
A cura e spese di Gaetano Nobile, vol. III, Napoli 1863

 

Isola di Procida -  Lasciato che si ha il Capo di Miseno, si entra nel canale di Procida largo tre miglia e mezzo ed altrettante di lunghezza, e formato dall'isola di questo nome e dalle spiagge di Miseno e di Monte di Procida sul continente.
L'isola è sette miglia distante da Pozzuoli, e quattordici da Napoli. Ha sole sette miglia di circonferenza, comprese tutte le punte e sinuosità, che le danno una forma tutta particolare, ma somma­mente piacevole per gli svariati aspetti dalla parte del mare. Le due estremità opposte, dell'oriente e dell'occidente, ne sono i punti più elevati, formando precipizi dell'altezza di trecento palmi sul mare. L'interno dell'isola è piano ed unito, sicché forma un grande orto, con vigneti, verzieri, ed un villaggio con sei mila abitanti. E siccome la roccia dell'isola si compone del medesimo tufo di Miseno, coverto di terra vegetabile, di scorie e di ceneri vulcaniche questa varia composizione ne rende il suolo grandemente ferace,
Pure, con tutta questa fertilità di terreno nell'isola e sul monte di Procida, che a' nostri isolani somministra eccellente vino, eglino non potrebbero alimentare le numerose loro fami­glie, se buona parte di essi non si desse all'industria della pe­sca ed al traffico per mare.
Fu un tempo che i Procidani armavano gran numero di go­lette e di tartane, oltre barche più piccole, ed andavano a pe­scare corallo alle coste di Affrica. Oggidì sono i più facoltosi trafficanti di Torre del Greco che si sono impossessati di tal ramo d'industria; ma gli equipaggi delle barche che si spediscono ogni anno, si compongono di Procidani, i quali hanno maggior esperienza e perseveranza in questo mestiere arri­schiato e penoso.
Il traffico de' Procidani si estende sino all'imboccatura del Tevere: ma la vicinanza alla città capitale offre loro un com­mercio più sicuro e più vantaggioso, sì per le produzioni del loro suolo, e sì per la quantità di pesce che prendono non so­lamente intorno alla loro isola, ma eziandio nel golfo di Gaeta, e più lontano ancora. Si occupano ancora alla pesca del ton­no, pesce che pesa non di rado sei e sette cantaja: oltre l'olio che ne cavano, il quale poco o nulla differisce dall'olio di ba­lena, i pescatori ne conservano la carne e le uova nel sale, e ne fanno anche capi di commercio.
Altra pesca che fanno i Procidani è quella della pomice. Ognun sa che la pomice purificata dalle onde del mare e gal­leggiante alla superficie, è assai più leggiera, e per conseguen­za più stimata di quella che si scava nella prossimità dei vul­cani spenti.
La terza industria è del petrolio (oleum petrae). Sono al fondo del mare, non lungi da Procida, ed anche di Torre del Greco, alcune sorgenti di questo olio, il quale essendo di un peso specifico molto minore, galleggia sul mare. In tempo di calma i pescatori lo raccolgono con coppini, ed estraggono l'olio con la spugna. E di fatti navigando per quelle acque senti spesso il forte odore di questa maniera di nafta, specialmente durante la state.
Vi erano altre volte molti fagiani nell'isola, ma la razza n'è ora spenta, perché troppo si moltiplicava e devastava i campi.
Il Castello di Procida si presenta maestoso dalla parte del mare; ma l'interno non offre nulla di notevole. Le fortifica­zioni sono antiche e di poca importanza; e dominano il canale e l'isola.
I Procidani sono d'indole assai viva ed allegra. Gl'individui de' due sessi hanno generalmente ben fatta la persona con li­neamenti regolari ed espressivi. Le donne si distinguono per una fisonomia che conserva il bello delle forme greche, e per una specie di mantiglia che portano sopra il vestito ordinario al loro sesso, che è una stoffa di lana o di seta, sparata in­nanzi, gallonata in oro o in velluto rosso, ed ordinariamente foderata di seta di colore vivace e spiccato che assai lor piace.
La storia porta che alcune colonie greche uscite da Calcide e da Eretria, due città dell'isola di Euplea, alla quale la Sici­lia e la Magna Grecia anche dovevano il loro incivilimento, vennero a stanziarsi nell'isola di Procida, ed in pari tempo in Ischia e sul littorale di Cuma. Alcuni secoli dopo i Siracu­sani, venuti al soccorso de' Greci di Cuma, formarono anche stabilimenti nelle isole d'Ischia e di Procida: ma non restarono molto tempo nella prima per cagione de' tremuoti e delle esplo­sioni vulcaniche; forse più lungo tempo restarono in Procida; la qual più tardi fu dominata dagli antichi Napolitani, anche di sangue greco : e d'allora in poi l'isola seguì la sorte e le vicende della Campania. A tempo del basso impero Procida soffriva meno dalle scorrerie de' popoli settentrionali che dalle incursioni de' araceni che vennero ad aumentare i mali che laceravano questa parte dell'Italia. Tali pericolosi nemici de­vastarono le isole e le coste del golfo di Napoli, e come alleati perfidi, si conservarono alcuni punti importanti, quali Salerno, Nocera ec; e s'impossessarono della città di Miseno, che quin­di distrussero.
Gl'istorici non sono concordi su la parte che Giovanni di Procida, gran signore feudale di questa isola, prese nella con­giura che fu ordita e compiuta nell'anno 1282 contro i Fran­cesi in Sicilia. È però evidente che Pietro d'Aragona, che sur­rogò Carlo d'Angiò sul trono di Sicilia, dovesse avere grandi obbligazioni a Giovanni di Procida, poiché lo ricolmò di doni e di onori, e gli conferì, tra le altre onorificenze, il titolo di Gran Cancelliere del Regno di Valenza, dandogli per isposa una sua propria sorella.
Sotto i viceré spagnuoli Procida fu spesse volte infestata da' pirati barbareschi, specialmente dal famoso Barbarossa; il quale la devastò al suo ritorno da Sorrento, dove era andato a commettere gli stessi orrori.
Strabone, Plinio, e la maggior parte degl' istorici naturalisti che hanno scritto dopo essi, han voluto sostenere che antica­mente l'isola di Procida fosse attaccata con quella d'Ischia da un lato, e con i capi di Miseno e di Procida dall'altro, e che quindi ne fosse stata distaccata dall'azione de' due elementi del fuoco e dell'acqua. Un esame attento ed esatto de' luogbi sareb­be bastato per ismentire da gran tempo asserzioni così vaghe. Ma se neghiamo l'unione che si dice essere stata tra le isole di Procida e d'Ischia, non vuolsi sconvenire per quella ebe sembra altre volte avere avuto luogo tra Procida e Guevara, di cui fa­remo ora cenno.

Guevara — Guevara o Vivara è una isoletta ad occidente di Procida, da cui non è separata che per un braccio di lunghezza che appena lascia un passaggio alle più piccole barche. Da questo punto di contatto sino alla sua estremità meridionale, lontana un miglio e mezzo da Procida, queste due isole for­mano insieme una specie di bacino, che anticamente potrebbe essere stato il cratere di un vulcano; le estremità opposte sono ugualmente opposte, e mostrano i medesimi strati di tufo. II mare occupa oggi l'interno del bacino, e quando è calmo, una fregata vi può ancorare con piena sicurezza.
Questa isoletta sarebbe bene adatta a coltivazione, come era tempo fa, prima che divenisse luogo di caccia. Venne popolata di capriuoli e di conigli; e questi ultimi sono solamente rimasti, e vi si è prodigiosamente propagata la razza, di modo che Guevara forata dappertutto da questi animali, è oggi divenuta una immensa conigliera. Non vi si vede altro che sterpi che cuoprono l'intiera isoletta, e che sono il patrimonio della classe povera degli abitanti di Procida che vi vanno a far provvisione di legna; poiché essa non ha abitanti stabili.

 

Ischia. Quest' isola, la più grande e la più bella del golfo di Napoli è sotto il 40mo grado e 50 min. di latitudine setten­trionale, a 48 miglia ad occidentale della Capitale, a 6 della costiera di Cuma e a 3 di Procida. Ha 46 miglia di circuito.
Gl'istorici di tutt'i tempi parlando d' Ischia attribuiscono la sua formazione alle esplosioni vulcaniche di cui porta dap­pertutto l'impronta; e queste esplosioni debbono essere state di maggiore violenza ne' tempi di cui la storia non ha conser­vata alcuna ricordanza. Le antichissime tradizioni pagane, la poesia favolosa della lotta dei Titani contro gli Dei non sono che una allegoria, una allusione a' fenomeni vulcanici, a quella forza veramente gigantesca che cumola monti sopra monti, che rovescia contrade intiere, e che con le stesse devastazioni pre­para gli elementi a nuove creazioni.
Il monte Epomeo sembra essere stata la pietra fondamentale o almeno il punto d'appoggio di questo colossale edifizio. Sa­lendo sopra le vette di s. Nicola, e volgendo a mezzogiorno, si possono enumerare distintamente sino a 12 monti minori, aggruppati intorno all'Epomeo e addossati in parte a' suoi fianchi. Erano questi altrettanti separati vulcani, le cui eruzioni han contribuito a dare più estensione all'isola; il che prova che la formazione dell'isola rimonta all'epoca in cui il monte Epomeo è sorto dal mare. Altri vulcani emersero quindi a qualche distanza; poi altri ancora allato; ed ecco come le materie erut­tate e sparse in tutt'i punti, han finito col produrre questo prodigioso ammasso che costituisce l'Isola d'Ischia.
Ciò argomentano la quantità d'eruzioni vulcaniche che han contribuito alla formazione dell'isola. Pure, a giudicar dallo stato attuale delle materie eruttate, possiamo riconoscere le vestigia di quattro eruzioni solamente, che debbono essersi succedute a lunghi intervalli, e che tutte hanno avuto luogo so­pra qualche parte dell'Epomeo. La prima, che è la più antica, ha dovuto scoppiare sul margine superiore dell'Epomeo, cioè a Monte Corvo, sopra Foria. La figura ordinaria de' crateri vulcanici vi è ancora visibile nella parte ove la lava ha comin­ciato a scorrere, potendosi seguire la corrente sino a Panza coll’ajuto degli avanzi delle scorie che si distinguono bene sul fianco del monte, sebbene avessero tre a quattro mille anni. Quanto alla lava, essendo stata scomposta ed assimilata al ter­reno adiacente, nulla ve ne esiste più. Stabilita l'epoca di que­sta eruzione, si potrà osservare un certo ordine nella relazione degli avvenimenti fisici relativi all'isola, dappoiché prima di tal epoca tutto resta sepolto nella più impenetrabile oscurità.
La seconda eruzione, avvenuta nel luogo ora occupato dal monte Rotaro, fu di un modo tutto differente. La terra si aprì e vomitò incredibile quantità di massi calcinati dal fuoco, i quali lanciati nell'aria e ricaduti intorno al cretere, dovettero ricolmarlo, formando quello spaventevole ammasso di lava che prese il nome di Rotaro, o da altri di Cretaro, voce corrotta da Cratere, dal perché se ne ravvisa uno assai bene conserva­to, del circuito di circa due terzi di miglio. La forma di siffatto monticello è di un cono troncato, somigliante anche per la cir­conferenza al Monte Nuovo di Pozzuoli. La massima analogia ha dovuto succedere nella formazione di questi due monti, e chiunque avrà letta la relazione dell'esplosione che infierì nel territorio di questa Città nell'anno 1538 dell'era nostra, potrà formarsi una idea esattissima delle circostanze che debbono avere accompagnato la eruzione del Monte Rotaro a Ischia . Fu cosi spaventevole che i Greci Eubei stabiliti nell'isola, l'ab­bandonarono di fretta per non più ritornare.
La terza di queste eruzioni non fu meno terribile della pre­cedente, e prese un aspetto in tutto nuovo. La terra commossa e squassata da interne convulsioni, finì con lo sprofondare alle
falde dell'Epomeo verso il monte, e formò un profondissimo baratro, che tosto si riempì di strati liquefatti, come dice Vir­gilio, volendo designare la lava; ma non potendo contenerne l'immensa quantità che sboccava dal sotterraneo focolare, do­vette rigurgitare, estendendosi come ampio torrente verso il lido del mare, e formò il promontorio di Zaro e di Caruso, che oggidì separa la spiaggia di s. Montano da quella di Foria. Questa eruzione avvenne circa quattro secoli prima della na­scita di Cristo, e forse altrettanti dopo gl'incendi del Rotaro. Siccome i Greci-Eubei furono per questo ultimo cacciati dal­l'isola, del pari i Siracusani che avevano surrogati i primi in Ischia, ne furono espulsi dall'esplosione dell'Epomeo dalla parte settentrionale.
Ristabilita la tranquillità nell'isola, vi approdarono nuovi coloni, e dopo 47 secoli era pressoché perduta la memoria di quelle scene di desolazione, quando nel 1301, regnante Carlo II d'Angiò, l'Epomeo fece improvvisamente una ultima esplosio­ne alla sua base in una direzione opposta alla precedente, cioè a scirocco dell'Isola, e propriamente sul territorio del borgo d'Ischia , laddove confina con le campagne di Pisco, dove si ravvisa ancora l'intero suo cratere della circonferenza di circa un miglio e mezzo : dal centro si scagliò quella lava conosciuta sotto il nome di Arso o Cremate, il che ha uguale signi­ficato, essendo il primo vocabolo latino, l'altro greco. Di fatti arse e devastò tutto in una latitudine di due miglia e mezzo, sino al lido del mare. La via che conduce dal borgo d'Ischia a' bagni del medesimo nome, attraversa la lava dell'arso, nella maggior larghezza, e sebbene siffatta lava non sia molto alta, ha nulla dimeno distrutto una quantità di abituri, e tra gli altri la villa del celebre Pontano, che ci ha lasciato, oltre il Villani, una viva descrizione di quella scena spaventevole, cui servi­rono di preludio i tremuoti e le fiamme che uscirono in più luoghi dalla terra, squarciandone con fragore il seno. L'eru­zione durò due mesi, e cagionò una parziale emigrazione degli abitanti dell'isola.
Sin ora sono scorsi cinque secoli senza ehe l'isola abbia sofferto nuove convulsioni vulcaniche, e si spera che oramai ne resterà libera; dappoiché quelle ehe possono accadere ancora nelle fondamenta dell'isola, debbono essere, secondo le apparenze, in troppo piccol numero e di lieve forza per pro­durre effetti molto formidabili da sconvolgere l'ordine che successivamente si è stabilito alla superficie dell'isola.
Quanto alla parte storica delle colonie e delle generazioni che si sono succedute nell'isola d'Ischia, essa è intimamente unita a quella formazione ed alla consolidazione graduale delle
parti integranti di essa. Le narrazioni degli antichi storici non toccano di là dall'epoca dello stabilimento de' Greci nell'isola, quantunque non si possa assicurare che questi Greci sieno stati i primi abitatori d'Ischia.
Sappiamo che ne' tempi remotissimi i Fenici navigavano in tutto il Mediterraneo, e che ne conoscevano perfettamente le coste, precipuamente quelle dell'Italia. Inoltre sappiamo che verso il tempo in cui approdarono coloni stranieri nell'antica Grecia, altre simili colonie vennero pure in Italia, e che dal miscuglio di questi stranieri con gli aborigeni della Penisola, nacquero gli Etruri (Etrusci o Tirreni), gli Ausoni, gli Osci ed altri popoli, che sono i più antichi di quelli che si han fatto un nome in Italia; e per conseguenza i veri fondatori delle no­stre Città campane. Mille e cinquecento anni prima di Cristo, la prima colonia fenicia o di Pelasgi Enotrii, cioè uomini di mare condotti da Enotro, o da' discendenti de' suoi primi com­pagni, venne ad approdare su le coste d'Italia. Presero pos­sesso del gruppo d'isole da Plinio chiamate Anothrides, oggi Ponza, Palmarola, e Zannone. Onde che se i Pelasgi s'impos­sessarono di queste isolette , devesi credere che gli Etrusci, come essi, stranieri in questo paese, abbiano trascurato d'impadronirsi dell' isola d'Ischia; la quale essendo più grande e più vicina a' nuovi stabilimenti de' Tirreni sul continente, do­veva loro assai più importare, che Ponza non aveva potuto agli Enotrii. L'occupazione d'Ischia dagli Etrusci non è dunque una ipotesi; potevano bensì essere stati obbligati di evacuarla, sia per effetto degl'incendi di qualche nuovo vulcano, sia per la forza delle armi.
La storia non ci ha conservato alcuna particolarità dell' occupazione delle isole di Procida e d'Ischia da' Greci. Sappiamo solamente, che circa 900 anni prima dell'era cristiana si vide comparire su quelle spiagge una flotta di guerrieri greci. Partiti d' Eubea, oggi Negroponte, isola dell'Arcipelago, formavano due corpi di armata, l'uno di Eretrii, comandati da Ippocle, l'altro di Calcidici, sotto Megastene ; conciosiachè in que' tempi moltissimi abitanti de' diversi stati della Grecia ab­bandonavano la loro patria, o per motivo delle guerre e dis­sensioni che di continuo la laceravano, oppure per considerazioni d'interesse e d'ambizioni, o infine per quella volubilità ed amor di cose nuove che ha tormentato gli uomini in tutti i tempi. Grandi attrattive dovevano avere le rive d'Italia, e spe­cialmente quelle di Napoli agli occhi di tali avventurieri. Eglino vi trovavano il lor bel cielo, la fertilità de' paesi meridionali, e finanche la fisonomia della loro terra natale, dalla quale fi­nalmente non erano molto lontani. La storia narra che i Calcidici, che erano della Ionia, ossia originari dell'Attica, for­marono numerose colonie in Sicilia ed altrove.
Quindi a non guari accadde, che la buona armonia che doveva regnare tra individui usciti dalla medesima patria, non fu di lunga durata. La colonia ebbe dissensioni di cui ignoriamo i motivi, ma che determinarono i Calcidici ad abbandonare l’isola.
Raggiunsero i loro connazionali su la costa orientale del con­tinente, e gli Eretrii restarono soli padroni dell'isola ; e la recarono quindi a grande prosperità. Si fa menzione nella storia delle ricchezze dagli Eretrii cumolate in Ischia, e Strabone narra che vi avevano scavato miniere di oro, forse per dare una idea del lucro fatto dalla industria di questo popolo. Ma in mezzo a tante dovizie e civiltà furono fulminati da una vulcanica esplosione, che di certo dovette essere molto violenta, poiché finanche gli abitanti della spiaggia di Cuma e de' paesi limitrofi se ne spaventarono a segno di abbandonare le loro case per rifugiarsi nell'interno della Campania. Era l'eruzione del monte Rotaro, di che abbiamo già toccato. Nel sito ora occupato da quella collina ci era allora una città, la sola o almeno la più considerevole che gii Eubei avessero edificato nell' isola. Questa città fu ingoiata nell'abisso che si spalancò, o coverta da una pioggia di pietre, di scorie ed al­tre materie eruttate dal vulcano. Allora la colonia eubea si di­sperse intieramente; gli sventurati Eretrii andarono a stabilirsi gli uni a Napoli, città greca, gli altri nelle altre città campane, già occupate dagli Eretrii e Calcidici. Sembra probabile che dopo aver ricevuto questo rinforzo inatteso, i due popoli Eubei si trovarono in stato di aumentare la colonia di Pozzuoli, e d'impossessarsi di Nola e delle altre città limi­trofe.
I Greci Eubei han lasciato alcune memorie del loro soggiorno nell'isola d'Ischia. In primo luogo l'antico nome di Oenaria che suona abbondante in vino dal greco oinos, vino, che già l'isola produceva in quantità. Indi il nome d'Ischia, anche dall'idioma greco iscus che significa forza, epiteto dato all'isola sia per cagione dell'aspetto imponente del suo sito, special­mente dalla parte meridionale, sia per la vigoria della vegetazione del suo terreno; dappoiché nelle Puglie e nelle Calabrie le terre forti e ricche addimandansi ancora oggidì ische, cosicché dicesi isca di Cosenza, isca di Satriano in Calabria, distretti feracissimi di natura vulcanica. Oltreché il nome greco Pitecusa detto da' Romani Pithecusae al plurale, deriva dal vocabolo pitos gran vaso di terra cotta, che i Greci adoperavano per riporvi il vino, e che in tutti i tempi si fabbricò in gran quantità nell'isola. Omero parla ne’ suoi poemi di una isola Arime, nome che Virgilio ha cambiato in quello d'Inarime che dà nella sua Eneide all'isola d'Ischia. Molti nomi di villaggi, monti, terre ne provengono egualmente dal greco idioma.
Gli Eubei originari dell'Attica rendevano un culto particolare ad Ercole, cui innalzarono un tempio nell'isola Ischia, e precisamente a Lacco sopra la riva del mare. Se ne sono scavati preziosi avanzi ; ma non vi è rimasto che un simulacro di questo figlio di Giove, con la base, il tutto in marmo bianco, alto più di quattro palmi. Dalla metà del corpo in sotto finisce la statua in erma, ed è panneggiata alla foggia più antica, con molta arte: quantunque molto mutilata, si riconosce per Ercole barbato alla pelle leonina gettata su la spalla sinistra ed alla clava che regge nella destra mano. Serve presentemente di sostegno alla pila dell'acqua santa nella piccola chiesa di Lacco vicina al mare.
Del resto è da notarsi che non solo gli antichi Eubei e ge­neralmente i Greci, ma ancora tutti i popoli provveuuti dal miscuglio de' coloni greci con gli aborigeni della penisola, eran devoti adoratori di Ercole ; sicché pare che i Tirreni, ossia i coloni di Tiro avessero introdotto il suo culto in que­sta parte meridionale dell'Italia, e che gli Eubei l'avessero conservato.
Circa 470 anni prima della nascita di Cristo, i Greci stanziati a Cuma, avendo dovuto sostenere una fiera lotta coi Tirreni che dominavano sul mare, chiesero soccorso a Ierone I tiranno di Siracusa. Questi spedì una flotta, la quale congiuntasi con quella de' Cumei, riportò una strepitosa vittoria sopra i Tirreni. Pindaro cantò tale vittoria nel primo inno pitico dedicato a Ierone. I Siracusani che avevano con grande animo contribuito ad umiliare il comune nemico, si determinarono a fermare stanza in Ischia, sia per osservare da vicino il procedimento de' Tirreni, sia per prevalersi de' vautaggi che l'isola offriva ad un popolo intraprendente e marittimo. Essi scelsero la riva settentrionale dell' isola, stabilendosi sopra le colline di Lacco, d'onde allargarono la loro dimora sino a Foria; ma non potettero molto tempo godere il novello acquisto. La colonia fu colpita da una calamità somigliante a quella che ne discacciò gli Eretrii.I fuochi vulcanici si riprodussero nel pro­prio centro della colonia siracusana, e torrenti di fuoco cangiarono totalmente la faccia de'luogui; sicché gli abitanti si stimarono felici di scampare la morte, ritornando in Sicilia soprai loro navigli. Trenta anni dopo altre flotte siracusane vennero diverse volleaquesti lidi per aggredire i Tirreni, e vendicare le piraterie da costoro commesse sul littorale siciliano. Sbarcarono a Kyrnos, l'odierna Corsica, e depredarono due volte l'isola di Elba, l'antica Aethalia, ma non posero mai più il piede in Ischia.
I Siracusani, ossia i Greci siciliani, han lasciato un monu­mento importante in Ischia. Al dire di Strabone, l'eruzione vulcanica aveva loro impedito di compiere alcune opere di fortificazioni poco prima cominciate ; ma questo storico non ne ha additato il sito. Nulladimeno fu rinvenuta a' dì nostri, sul declivio orientale del promontorio denominato Monte di Vico, di là da Lacco, una lapide in basalto nero, di circa dieci palmi quadrati, con una iscrizione greca, che si legge così:

Pacio Nimpsio
Maio Pacillo
ed i soldati che han
cominciato il muro.

Sembra che questa lapide fosse stata collocata nella sua ori­gine là dove si può ancora vedere, poggiata contro il declivio della collina. Senza dubbio la torre doveva esser costrutta alquanto più sopra, nelle vicinanze della torre quadra, fatta edificare da re Alfonso d'Aragona verso la metà del XV secolo, probabilmente su le ruine del castello de 'Siracusani. Del resto il terreno sul quale costoro avevano principiato a fortificarsi e dove avevano collocato la lapide, deve aver sofferto grandi cambiamenti, non meno che tutta la sommità del Monte Vico dall'azione degli elementi, particolarmente dal fuoco.
Partiti i Siracusani, l'isola d'Ischia restò abbandonata; ma siccome la rimembranza delle ultime eruzioni diveniva meno viva, vi si vide sorgere una nuova popolazione, allettata senza dubbio dalla gran feracità del suolo. Furon quasi tutti Napo­litani dipendenti dalla loro città, antica colonia greca, al pari di tutte le altre.
Dilatatosi in tutta l'Italia il dominio de' Romani, i Napolitani per la lor condotta di ricusare assistenza a' nemici di Roma, seppero conciliarsi la benevolenza del Senato, dal quale furon trattati con particolari riguardi. Pure tuttavia l'arroganza e l'ambizione romana non poteva mancare di far nascer contese, che finirono sempre a discapito de' Napolitani. In una delle
aggressioni l'isola d'Ischia lor fu tolta, e restò in mano dei Romani sino a'tempi di Augusto, che restituì l'isola a' suoi antichi padroni, scambiandola con quella di Capri, che egualmente loro apparteneva. Da questa epoca Ischia ubbidì alle leggi e segui la fortuna di Napoli; se non che a cagione della sua postura, l'isola meno sofferse dal furore barbarico che du­rante molti secoli non cessò di saccheggiare l'Italia intiera. Ai tempi del domiuio de' Bizantini, de' Longobardi, de' Saraceni e de' Normanni, questi Ischiotti, per altro poco numerosi, seppero sottrarsi alle calamità che afflissero la Campania, sia con un comportamento passivo, sia con una pronta sommissione al vincitore. Ma pure di tempo in tempo l'isola fu tormentata da eruzioni vulcaniche, tra le quali quella del 1301 fu la più violenta. Un nuovo cratere scoppiò nell'interno dell' isola a poca distanza del Celso, o Borgo d'Ischia, che fu in parte coverto dal torrente ignivomo, come pure una valle fertile con tutte le sue piantagioni e ville. Di nuovo gli abitanti cercarono con la fuga la salvezza; ma passato il primo spavento, ritornarono alla natia stanza.
Nell'anno 1442 Alfonso I d'Aragona avendo riunito il trono di Napoli con quello di Sicilia, fece uscire da Ischia tutti gli uomini, popolandola di Spagnuoli e Catalani del suo esercito, a' quali fece sposare le vedove e le figlie degli Ischiotti espulsi, e ciò per ragione di consolidare la sua autorità in questo paese. Fece importanti restauri al castello, che divenne una piazza d'armi riputata quasi inespugnabile in un secolo ove l'arte della guerra e di fortificare le piazze non aveva fatto i rapidi progressi de' nostri tempi. Il Re ne diede il comando alla sua diletta Lucrezia d'Alagni; la quale si fece sostituire da Giovanni Torella. Questi, morto Alfonso, si ostinò a non voler ri­conoscere l'autorità di Ferdinando I d'Aragona, che successe al trono. Un tal rifiuto diede luogo ad azioni guerresche, di cui fu l'isola il teatro di strage.
Quando nel 1495 Carlo VIII di Francia s'impossessò di Na­poli, Ferdinando II di Aragona si ritirò ad Ischia con quegli de' suoi rimastigli fidi. Morto nel 1496 senza figli maschi, la reggenza di Napoli toccò a suo zio Federico, che affidò il go­verno d'Ischia al Marchese del Vasto. Il quale non avendo potuto mantenersi contro le forze superiori di Luigi XIII di Francia, che fece rivivere i dritti di Carlo VIII, e degli Angioini sul trono di Napoli, Federico ingiunse al Marchese di capitolare: ma que­sti non volle ubbidire, e diunita a sua sorella Costanza, ebbe il coraggio di resistere alle armi francesi. Tale fedeltà eroica di casa di Avalos era in sé degna di elogi; ma costò caro agli Ischiotti, che furono esposti a tutti gli orrori della guerra.
Fu nello stesso secolo, cosi fecondo di vicende per questa isola, che i re di Sicilia, della stirpe aragonese, formarono in Ischia una colonia di Siciliani, alla quale si attribuisce l'in­troduzione nell'isola del carubbo, del fico d'India e dell'aloe.
Ischia, del pari che tutte l’isole del mediterraneo e gran parte del littorale meridionale dell'Italia, è stata da molto tempo soggetta alle incursioni de' pirati africani. Quando il Marchese del Vasto comandava l'isola, il corsaro Ariadeno Barbarossa fece una sbarcata alla parte di Foria, saccheggiò questo borgo con Panza, Barano, e tutto il territorio che si estende sino alle porte del castello, e condusse seco quattro mila abitanti, che furono venduti schiavi.
A' giorni nostri da più di un secolo l'isola gode una felice tranquillità ; onde che la popolazione aumenta rapidamente. Ascende oggidì a circa trenta mila anime. I due terzi sono coltivatori; la navigazione ne occupa a un di presso la quarta par­te; gli altri sono o artigiani o pescatori.
Oltracciò le generazioni attuali dell'isola.senza avere sofferto i disastri che accompagnano le eruzioni vulcaniche, ne rac­colgono tutti i benefizi, precipuamente quelli di una straordi­naria feracità del suolo e di un'abbondanza d'acque termo­minerali che invitano molta gente. A questi tempi avendovi soggiornato la real Corte in diverse stagioni estive, l'isola si è più rifatta in civiltà per rettificazioni ed abbellimenti di strade ed edifici, e per un porto di convenevoli dimensioni.

Acque e Bagni d'Ischia

Bagni di Casamicciola - In niuna parte si trova una sì gran quantità d'acque termominerali come in questo luogo. Le pri­me sorgenti che s'incontrano, come ancora le più abbondanti, sono quelle del Gurgitello; accanto sgorgano quelle del Cappone e dello Spennapollastro. Unite, formano un ruscello il quale, congiungendosi ad un altro che si vede scorrere da una valle dell'Epomeo, va come un torrente a precipitarsi nel mare lontano di un mezzo miglio da' bagni.
Gurgitello - L'acqua di Gurgitello è una delle più rinomate e frequentate che si trovino non solo in Ischia, ma ancora in tutta l'Italia meridionale. Sgorga da più sorgenti alle falde del colle detto Ombrasco. In un antro che si può percorrere sotto il colle, si sente un fremito incessante, simile al bollimento di una vasta caldaja d'acqua. Prima di cadere nel ruscello testé mentovato, l'acqua riempie le conserve, le quali, per mezzo di un condotto di fabbrica menato a traverso la corrente, somministrano l'acqua a' bagni dello Spedale della Misericordia.
Questo vasto edificio fu costrutto da circa un secolo a spese di una fondazione pia di Napoli sotto il nome di Monte delle sette opere della Misericordia, la cui rendita molto vistosa è anche assegnata a sovvenire l'umanità sofferente; basta dire che il solo spedale a Casamiéciola costa al Monte più di 6000 ducati annui.
I bagni al numero di cento sono disposti sopra i due lati di una vasta sala, e le bagneruole di fabbrica son capevoli di una sola persona; e siccome l'acqua del Gurgitello è caldissima, co­me quella ascende al 50mo grado del termom. di Reaumur, ogni bagno è provveduto di due chiavi, una per l'acqua termale, l'altra per l'acqua fresca di fonte che vi s'introduce a norma della prescrizione del medico e delle condizioni patologiche dell'ammalato.
L'acqua di Gurgitello è alcalina. La soda vi predomina, ma contiene pure acido muriatico nello stato di gas, frammisto ad altri elementi aeriformi. Il valor medicinale di questa sorgente è stato contestato da secoli per guarigioni sovente miracolose. I medici ne prescrivono l'uso nelle ostruzioni di qualsiesi specie ed in tutte le malattie che ne sono la conseguenza, quali i tu­mori, gli scirri del mesenterio, del fegato, e della milza; nella sterilità provveniente dalla debolezza e dall'oppilazione degli organi della generazione; nel flusso muliebre ostinato, nella ne­fritica granellosa, nell’atrofia, nella cachessia, nell’idropsia na­scente, nella paralisia, nella sciatica ec.; ed in tutte le malattie artritiche. Le persone afflitte di ulceri, fistole, avanzi di vecchie piaghe, ed altri mali inveterati ne risentono gran giovamento. In fine è un rimedio applicabile a tutti i casi che richieggono azione simultanea di un corroborante e di un detersivo.
L'acqua di Gurgitello, oltre l'uso per bagno, è ancora presa per bocca; e siccome i gas o gli elementi volatili di cui è impregnata, contribuiscono non poco alla sua efficacia, è essenziale di adoperarla sopra luogo. Per cosiffatta ragione, e forse ancora per considerazioni economiche, si è costruito l'ospedale, che racchiude i bagni nel sito più vicino alle sorgenti.
Rimpetto all'ospedale è l’edifizio eretto a spese del Monte della Misericordia sopra le sorgenti del Gurgitello per l'uso delle stufe. Si è tratto profitto da' vapori che esalano da queste sorgenti calde, per dirigerli con tuboli artificiali verso una gran sala rotonda. Intorno alla sua periferia sono disposte sedici nicchie, a ciascuna delle quali vanno sette cannelloni. In conseguenza quando tutte le nicchie sono occupate, ed i tuboli aperti, i vapori che affluiscono per 142 aperture nella rotonda, ne rendono soffocante l'atmosfera, quantunque il vapore non segni che 25 gradi al termometro di Reaumur.
Acqua del Cappone - A lato dell'acqua di Gurgitello, verso occidente, è quella detta del Cappone. Non si può esattamente indicare il grado di calore che questa deve avere alla sua sorgente, perché si trova al fondo di un pozzo solo, sempre più o meno colmo. Immettendo il termometro di Réaumur in una secchia di acqua del Cappone di recente cavata, si vede salire a trenta gradi, mentre l'acqua di Gurgitello è di 50. Ma quel che più fa maraviglia è la differenza che trovasi nella composizione e nella natura di queste due vicine sorgenti.
Nell'acqua del Cappone l'acido muriatico è in sufficiente proporzione per potersi unire chimicamente coll'alcali e for­mare il muriato di soda, che costituisce il sale predominante in essa, mancante de' gas che distinguono quella del Gurgitello. Difatti l'acqua del Cappone ha un sapore di sal marino e non di lisciva, e l'esperienza insegna che la sua qualità dissolvente ed attenuante, la rende oltremodo salutare agli infermi per umori salsi e di ostruzioni viscerali. Costoro la debbono usare internamente. È ancor bene indicata in alcune malattie della pelle, bagnandovi le parti del corpo che ne soffrono.
Acqua di Spennapollastro - Questa acqua, anche nelle vicinanze delle prime, ha ricevuto siffatto nome dalla facilità che porge di depennare i volatili che vi si tuffano. La sorgente è a un di presso della stessa qualità e dello stesso grado di calore di quella di Gurgitello, e sembra essere ancora più pregna di gas dell'ultima, e per questa particolarità potrebbe for­se produrre effetti differenti. Intanto non si fa uso dell'acqua di Spennapollastro come rimedio fisico, dal perché la soprabbondanza delle altre che si trovano sopra i luoghi fa trascu­rare non solo essa, ma eziandio quelle della Colata e quella dell'Occhio o Bagnofresco, che scorrono dalla parte superiore della valle di Gurgitello. D'altronde tutte queste acque han molta somiglianza con quella di Gurgitello. Quella del Bagnofresco ne differisce solo dal calore che è più moderato, mentre all'opposto l'acqua della Colata ha poco meno di 70 gradi di Réaumur alla sua sorgente, ma siccome scorre dalla cima dell'Epomeo, si va raffreddando e giunge tepida a' Bagni di Casamicciola, ove le donne del paese l'adoprano per lavare la biancheria, onde il nome di Colata (bucato). E siccome è al­quanto saponacea, è adattissima a questo uso.
Stufe di s. Lorenzo - Si trovano sul declivio orientale del campo di lave del Faro. Sono anche esse un residuo della spaventevole eruzione che scoppiò in mezzo al terreno occu­pato da' Siracusani. Vi si sono costruite due stanze contigue ad un'altra che ha la particolarità che la fossa del centro è ricoverta di una volta somigliante ad un forno di vetriera, con quattro spiragli che danno sfogo al denso vapore. Cosicché si può sottoporre all'azione del vapore un solo membro ammala­to, o qualunque parte inferma del corpo.
Le stufe più frequentate dell'isola sono quelle di s. Lorenzo, non tanto per cagione del moderato grado di calore, che, anche nelle fosse e fenditure non eccede il 41 grado di Réaumur, quanto per la commodità della situazione, giacché non essendo che a due passi da Lacco e delle abitazioni, gli ammalati vi si trovano meglio. Del resto i vapori di questa stufa, del pari che tutti gli altri dell'isola, sono puramente acquosi, senza alcuna miscela di gas o di minerali volatilizzati. Il vapore più denso, purché l'interno delle stufe non sia imbrattato di secrezioni animali, non offende il respiro, eziandio nel fondo delle fosse; e l'atmosfera anziché guastarsene, è forse più pura nelle stufe all'aria libera.
Acqua di s. Montano - La sorgente d'acqua termominerale di s. Montano è alla estremità della piccola valle del medesimo nome e sopra la riva del mare. La bella e vasta pianura situata tra Lacco e Foria si prolungava sino alle falde del Monte di Vico prima dell'irruzione de' torrenti, i quali scorrendo da mezzogiorno a settentrione ed avanzandosi nel mare, han segregata l'estremità orientale di questa pianura. La parte così recisa e ristretta tra gli alti massi di lava del Zaro da una parte, il Monte Vico dall'altra ed il Colle dell'arbusto a mezzogiorno, forma quel che si chiama la valle di s. Montano. Si termina a settentrione da una lingua arenosa dello stesso nome. Ne' secoli che precedettero l'era cristiana, questo angolo era assegnato ad uso di necropoli. Oggidì gli abitanti l'hanno ridotto a coltura, e spesse volte il terrazzano aprendo solchi coll'aratro, vi ha dissotterrato tombe costrutte con pietre o mattoni ricoverte da grandi quadri di tufo; e di dentro vi trovarono vasi in terracotta, lampade, parazoni di bronzo, mo­nete ed altro. Siffatte tombe somigliavano a quelle che frequentemente si rinvengono in Ruvo, in Nola, in s. Agata de' Goti ed altrove. Non v'è dubbio che l'isola, dapprima posseduta da' Pelasgi, ed in seguito da' Greci, non abbia avuto i suoi cimiteri ordinati secondo il medesimo sito osservato nelle antiche città campane, come altresì in Calabria ed in Sicilia. Di recente an­cora, all'ingresso della valle di s. Montano un contadino rinvenne a caso un sepolcro antico ben conservato, e contenente vasi in terra cotta di una leggerezza particolare e di una forma elegantissima; le figure erano condotte in uno stile di cui era facile riconoscere l'origine greca, sia che gli Eubei o i Siracusani ne sieno stati gli autori o i possessori.
Alquanto più all'oriente, alle falde dello stesso Monte di Vico, sorge un piccolo monastero appartenente all'ordine de' Carmelitani. Nel campo che giace innanzi, la zappa del contadino dà fuori alla luce non di rado lampade sepolcrali di argilla e candelabri che sebbene della stessa materia delle lampe, pre­sentano la forma ordinaria de' candelabri di bronzo. Finalmente su lo stesso Monte di Vico si sono rinvenuti molti avanzi di mattoni antichi e di bei vasi di remotissima età. Sopra le alture ci ha non poche camerelle sotterranee, di forma quadra ed intonacate con un cemento impermeabiie. Sembra che fossero cisterne per conservare olio, come più anticamente si ado­peravano al medesimo uso grandi vasi di argilla foderati di piombo, che si sono trovati in diversi luoghi dell'isola che per questa ragione portava il nome di Pithecusa.
Era dunque nel campo che dal monastero del Carmine si prolunga sino alla piccola anfrattuosita di s. Montano lunghesso la base del Monte Vico, che si seppellivano i morti in una epoca anteriore alla colonia de' Siracusani nell'isola. Ma per una singolare avventura l'eruzione vulcanica soprammentovata, sembra avere risparmiata questa solitaria valle sacra alla memoria de' defunti, separandola dalla vasta pianura di Foria, e chiudendola con muro di nera lava. Quindi gli antichi Napoletani ed i Romani, che, dopo la partenza de' Siracusaui, furono vicendevolmente padroni dell'isola, seppero trar partito della prisca tradizione e della disposizione particolare di que­sta remota contrada, per rendervi gli ultimi uffizi a' loro parenti ed amici. Appiè del Monte Vico che guarda su la valle di s. Montano sono molti antichi avanzi di forma semiovale a guisa di forni tagliati nella roccia di lava e di tufo, con nicchie per deporvi le urne sepolcrali. Intorno a questo colombario degli antichi Romani non è raro di rinvenire monete il cui tipo presenta la testa di Cesare Augusto.
Non lungi da quel sito, presso l'Arbusto, si trovò sotterra molti anni or sono, un bel vaso cinerario di marmo bianco, che dipoi venne traslato nella chiesa del Monastero de' Carmelitani, dove servì di plinto alla pila dell'acqua santa all'ingresso della cappella di s. Restituta. Quest'urna è quadra, di poca profondità, e di ottimo stile; nella faccia principale si legge:

DIS MANIBVS
L. FAENI VRSIONIS
THVR. CONIVGI BENE
MERENTI TYCHE
LIBERTA FECIT

cioè: Tiche, liberta, ha dedicato questo monumento a' Mani del suo benemerito sposo Lucio Fano Ursione il Turiese. So­pra due lati dell'iscrizione sono teste di Fauni a basso rilie­vo, una cesta di frutti e fiori rovesciata.
Bagno di s. Restituta - Son due vene di acqua di 40 gradi di Réaumur, carica di soda. Si mesce con quella di mare, che si attinge ne' fossi cavati nell'arena in cui filtra. Ma questo bagno offre poca comodità agli ammalati, perché non vi si trova che una meschina casa con poche bagnaruole di fabbrica. Accanto a questo bagno trovasene un altro dove si può prendere il bagno secco, immettendosi nella sabbia riscaldata dal fuoco sotterraneo in un grado che oltrepassa l'acqua tepida.
Qui è luogo acconcio d'iscrivere l'estratto di una leggenda relativa a s. Restituta, vergine e martire e patrona dell' isola d'Ischia.
Nella baia di s. Montano approdò al principio del IV se­colo il corpo della Vergine s. Restituta di reale famiglia di Affrica. Avendo abbracciata la religione di Cristo, vi acquistò la palma del martirio sotto il regno di Galerio imperatore d'oriente. Il corpo della Principessa fu imbarcato sopra una navicella ripiena di materie combustibili. Abbandonata alle onde, approdò dalle coste africane nell'isola d'Ischia, e propriamente su la spiaggia di s. Montano, ove il santo corpo si manifestò con non pochi miracoli. Venne deposto nel conven­to de' Carmelitani di Lacco, ove si consacrò una cappella alla Santa, che divenne la patrona dell'isola. Nei tempi posteriori Costantino il grande fece trasportare la real salma della santa Vergine in Napoli, dove fece riedificare in onore di s. Restituta l'antica chiesa, oggigiorno annessa alla Cattedrale.
Ogni anno, nel mese di maggio si celebra a Lacco la festa della santa protettrice con tutta la pompa che sogliono gli Ischioti. Durante tre giorni v'è una straordinaria affluenza di devoti che vengono dalle spiagge e dalla terra ferma per assiste­re alla solennità.
Se egli è dolce ed anche salutare di sottrarsi qualche volta al contatto strepitoso della società, è nella valle di s. Montano ch'è d'uopo di andare a trovare un asilo oltremodo favore­vole al raccoglimento. Tutto vi spira la tranquillità e la pace; l'aspetto del luogo e la rimembranza di quel che era a diverse epoche fa nascere una dolce malinconia che invita alla meditazione.
Il borgo di Foria edificato all'estremità occidentale della pianura, si presenta da lontano come una città circondata di muraglie difese da dodici torri. La sua popolazione, compreso tutto il territorio di Foria, è di cinque a sei mila anime, ed il borgo disputa a quello d'Ischia il primo posto, cui quest'ulti­mo ha sempre voluto pretendere. Sembra che il nome di Foria si debba derivare dal greco foros ferace. Di fatti il terreno molto più facile a lavorarsi che nelle altre parti dell'isola, ricom­pensa con liberalità le cure del diligente agricoltore e per con­seguenza i più doviziosi possidenti dell'isola si trovano a Foria, essendovi molle case che spiegano un lusso ignoto agli altri abitanti. Nella cappella della famiglia Regena di Foria si veggono un gran numero di vasi sacri d'argento massiccio, ed una bella statua di marmo rappresentante la Religione dello scultore napolitano Sammartino.
È nel territorio di Foria che si rinvenne il bel torso della statua di Venere che si conserva nella collezione epigrafica del r. museo.
Bagni di Citara - Alla distanza di circa un miglio da Fo­ria, verso il Capo dell'Imperatore, trovasi il bagno e la stufa di Citara. A pochi passi da questa stufa, verso il mare è la sorgente d'acqua minerale del medesimo nome. L'acido muria­tico vi predomina, e siccome è interamente saturata di alcali, quest'acqua ha un sapore salino fortissimo. Il sal comune si depone ed incristallisce su le pareti del bagno. Gli abitanti adoperano questo sale ad uso domestico. L'acqua cavata alla gente che si trova nel fondo della bagnaruola di fabbrica è di 40 gradi di calore. Il sal marino che l'acqua di Citara contiene in maggior quantità delle altre sorgenti minerali dell'isola, la rende eminentemente operativa. Gli abitanti di Foria se ne servono come purgante di sicuro effetto, bevendone ad una cer­ta dose. I medici ne prescrivono l'uso sia interno che esterno in tutti i casi ove si manifestano ostruzioni viscerali, e torna molto efficace contro la sterilità delle donne. Quante volte non provvenga questa sterilità da difetto organico o non venga ca­gionata da oppilazione o inerzia de' vasi uterini, l'acqua di Citara è di costante e spesse volte prodigiosa virtù. Perciò reputasi, non senza ragione, che il suo nome derivi dalla dea di Citara. Il villaggio di Panza è deliziosamente situato in mezzo a vigneti. Qui anticamente i re di Aragona passavano la loro villeggiatura. Qui ancora si fermò la lava di Montecorvo quando scoppiò l'eruzione più antica che si conosca nell'isola.
Bagni di Nitroli - Questi bagni della più remota antichità si trovano un poco di sotto al villaggio di Serrano. La sua de­nominazione indica abbastanza che il nitro vi predomina. L'acqua della sorgente stessa è alcalina e tiepida.  Si usa ancora internamente, ed in alcuni casi si attribuisce ad essa una efficacia superiore a quella del Gurgitello; con la quale del resto l'acqua di Nitroli ha molta analogia.
Molte anticaglie e bassirilievi votivi si sono rinvenuti in que­sto suolo. Se ne conservano alcuni nella collezione de' bassi rilievi del r. Museo Borbonico. Uno di questi è un piccolo mar­mo che rappresenta due donne, una co' capelli scarmigliati e l'altra che le versa su la testa l'acqua contenuta in un vaso a guisa di conchiglia. Vi si legge NYMPHIS NITRODIBVS. Un altro presenta ancora due donne, forse le ninfe, accanto ad un sasso ed un albero, occupate ad attingere acqua, l'una con diota, l'altra con un vaso a conchiglia. Vi si legge VOTO SVSCEPTO E NYMPHABUS NITRODIBUS. I. A. D. D. Un altro bassorilievo votivo rappresenta un Apollo, poggiando con la sinistra la lira sopra un tronco d'albero, all'estremità del quale pende la sua veste; con la destra abbassata il nume tiene il plettro. A dritta stanno due Ninfe, come sembra, sopra un fondo più elevato. Una regge un'anfora, in atto di versare acqua, l'altra presenta ad una donna stante sopra un piano più basso (probabilmente a quella che pose il monumento votivo). Vi si legge CAPELLINA VOTUM SOLVIT LOCI NYMPHIS  cioè Capellina compì il suo voto alle Ninfe del luogo.
Acqua dell'Olmitello - Al fondo dello stesso torrente che si apre verso la spiaggia trovasi questa celebre sorgente. Giulio Jasolino, grande estimatore di questa acqua, ce ne ha lasciato una descrizione non meno che del luogo ove sorge, e Giovan Pistoia medico napolitano, illuminato dagli scritti del Jasolino, riusci molti anni dopo a ritrovare la sorgente, di cui gli stessi abitanti dell'isola avevano perduto la rimembranza. Ma poche persone vanno a fare uso dell'acqua dell'Olmitello alla sua sor­gente. Si fa venire in diversi luoghi dell'isola, e si manda pure in Napoli. Ciò che distingue l'acqua dell'Olmitello da tutte le altre minerali dell'isola, non solo d'Ischia, ma forse di Europa, si è che l'alcali vi è carico della materia colorante del bleu di Prussia. Si raccomanda questa acqua internamente alle persone che soffrono nella digestione, di ostruzioni viscerali, d'umori scorbutici, d'affezioni ipocondriache ec. Ma i mali contro cui l'acqua dell'Olmitello è un vero specifico, sono la pietra e la nefrite.
Acqua delle Petrelle o dell'Aratro - Uscendo dalla valle dell'Olmitello per ritornare su la spiaggia, s'incontra quest'altra sorgente termominerale. É di natura muriatica; e mentre l'acqua dell'Olmitello non ha che 30 gradi di calore, quella delle Petrelle sale sino a 80 gradi, cosicché è bollente; ma si fa poco caso sì di questa sorgente, che delle altre che sorgono in quegli stessi luoghi.

1) Dell'incendio di Pozzuolo di Marco Antonio delti Falconi: 1538.
Ragionamento del terremoto ed incendio di Pozzuoli di Pietro Giacomo di Toledo: 1639.

SU