Topografia fisica della Campania
di Scipione Breislak
Firenze 1798

 

Osservazioni sull’isola di Procida e d’Ischia

Attesa la piccola distanza, che separa l’isola di Procida dalla terra ferma, distanza, che giunge appena a due miglia, è molto facile il pensare, che anticamen­te fosse unita al continente per mezzo di un cratere posto nel luogo ora occupato dal mare, nel qual caso il seno detto la Marina Grande sarebbe un residuo di quest'antico cratere. I Bassi fondi, che sono tra l'Isola ed il Monte Fumo, gli scoglj, che sì da una parte, che dall'altra si avanzano in mare e le lave che si veggono sopra alcuni di questi rendono verisimile tale opinione. Strabone e Plinio ci hanno trasmessa qualche vaga ed incerta notizia sulla primitiva formazione di Procida, Strabone la chiama “una porzione distaccata da Ischia”, e Plinio dopo di avere nel libro 2 cap. 8, riferita l'o­pinione d'alcuni, che nelle rivoluzioni sofferte dell'Isola d'Ischia, “alio provolutis montibus insulam extitisse Prochytam”, nel libro 3 cap. 6 dice che il suo nome non fu derivato dalla nutrice d’Enea ma dall’essere stata versata dal seno dell’Isola d’Ischia, “non ab Aenea nutrice, sed quia profusa ab Aenaria erat”.
Se con tali parole si vuole intendere che queste due Isole prima insieme congiunte fossero dipoi divise per esser caduta nel mare quella porzione di terra, che formava la loro continuazione, non ho che opporre ad un tal sentimento.
Ma se si volesse concepire l’Isola di Procida formata nel mare da una accumulazione di materie eruttate dai volcani d'Ischia, come pare che voglia indicar Plinio colla parola “profusa“, tale idea non si può ammettete a fronte dell'osservazioni. Poiché trovandosi nell'isola di Procida delle correnti di lave, queste certamente non sono state lanciate in alto, e se fossero sortite dai crateri della vici­na Isola d'Ischia avrebbero formata una continuazione di essa ed accresciuta la sua estensione. Dunque vi deve essere stato un cratere o tra Procida ed Ischia, o tra Procida e la terra ferma, da cui siano procedute queste lave, che in oggi formano una parte dell'ossatura dell'Isola.

Il perimetro di Procida è di sei miglia in circa e si estende dal sud al nord in una forma molto irregolare. L’aspetto è assai delizioso essendo per ogni dove col­tivata e piena di abitazioni; i frequenti seni che vi s’incontrano, colle case dispo­ste in anfiteatro, formano de’ bei punti di vista. In tre diversi luoghi dell'isola, cioè alla punta di Chiuppeto, alla punta della Serra, ed in quella di Pietrasanta si vede un medesimo strato di lava nerastra, in cui sono inviluppati pezzi di vetro nero con feldspati bianchi, e sembra che questa corrente passi per tutta la parte settentrionale dell’isola.
Verso la punta detta del pozzo vecchio, vi è una corrente considerabile di lava grigia, compatta di grana cristallizzata con piccoli feldspati. Presso il lato più angusto dell'isola, che si volge ad Ischia vi è un’altra piccola isola detta la Vivara, la cui forma ripie­gata in arco, la pendenza della superficie e 1'elevatezza della sommità annunciano un cratere aperto al sud-est e slab­brato al sud-ovest. L'irregolarità, che pre­sta il contorno di quest'isola, mostra lo stato di degradazione in cui si ritrova, ornata in gran parte di tufi e di lapillo non può opporre una bastante resisten­za all’urto del mare che ogni giorno ne va distaccando qualche parte. L'isola ge­neralmente è poco elevata sopra il livel­lo del mare; ha però alcune alture, nella più grande delle quali è situato il castel­lo. Se dalla sommità della collina del mezzo si osservi la Vivara, vi si ricono­scerà l’aspetto di un cratere. Sì nell’iso­la di Procida, che su gli scogli vicini ad essa, cioè sopra quello di S. Mattino in­contro alla foce del Fusaro, su quello dello Schiavo presso la punta orientale di Procida e sopra il piccolo scoglio detto del­le pietre arse vicino al monte fumo vi sono in abbondanza le pomici ed i pezzi di vetro ripieno di feld-spati e fragile per nn principio di decomposizione.

In Ischia abitarono gli Eretrei che vi fiorivano per l’uberttà del terreno e per la ricchezza delle miniere d'oro. Essi l’abbandonarono da prima a cagione d'una sedizione, indi perché i tremuoti ne li cacciarono, e l’eruzioni di fuoco, di ma­re, e di acque calde. Imperocché di tali eruzioni soffre il   suolo dell’isola, che a cagione di esse fu abbandonata dalla co­lonia mandatavi da Gerone tiranno di Siracusa ; a questi vennero dopo i Napole­tani e ne rimasero padroni. Quindi ebbe origine la favola di Tifone, cui, dicono giacere sotto quest'isola, e nel rivolgersi spirare fiamme ed acque e talvolta ezian­dio piccole isolette che hanno fonti di acqua bollente. E' più probabile ciò che ne disse Pindaro argomentando da quan­to al di fuori ne apparisce, imperocché veramente sembra, che tatto il tratto subacqueo da cuma sino in Sicilia sia in ac­censione ed abbia caverne interiori comunicanti fra sé e con la Terra ferma. Quindi ed Etna di cui tutti parlano mo­stra indole ignea e le isole di Lipari ed i luoghi vicini a Pozzuoli, Nàpoli, Baja e l'isola d'Ischia. Alle quali cose aven­do riflesso Pindaro disse che Tifone è sepolto sotto questo tratto di paese.
E il di lui petto setoloso preme
Il montuoso lido, ove percuote
Irato flutto presso cuma, ed oltre
Sino al suol di Sicilia…
Timeo parlando d’Ischia narra che gli antichi ce ne lasciarono memorie, appena credibili, e dice che non guari prima dell'età sua il colle epomeo situato nel mezzo dell’isola per lo squotimento d'un tremuoto abbia vomitato fuoco e spinta fuori in mare quella porzione di terreno, che fra esso colle ed il mare giaceva da pri­ma ; che la terra divenata cenere, di bel nuovo per forza di uno di quei violenti turbini, ai quali i Greci danno il nome di tifoni riapprodasse all’isola, poscia per tre stadi fosse respinta da capo in mare, indi a poco impetuosamente tornasse ad urtare contro il lido, e con le acque del mare frapposto inondasse Isehia di cui per tale modo rimanesse spento l'incen­dio, e cotesta serie di sovversioni essersi operata con tanto fracasso che li abitanti delle terre vicine si fossero per lo spavento ritirati nell’interno della cam­pagna.
Ho creduto bene il riferire per esteso questo passo di Strabone tradotto da uno de' nostri Naturalsti italiani affinché si conosca quali idee avevano gli antichi delle fisiche rivoluzioni accadute in quest'isola. Che il suolo di essa sia del tutto una produzione del fuoco, che le sue col­line siano state originate o da correnti di lave o da bocche ignivome che l’Epomeo posto nel mezzo dell'isola sia stato una volta il suo principale cratere, sono verità che c’insegna la storia e ce le con­ferma l’osservazione sull'indole e natu­ra del luogo. Che poi l'Epomeo spinges­se fuori nel mare una porzione di terra, che questa di bel nuovo riapprodasse all’isola, da cui fosse un’altra volta respinta nel mare, ed indi a poco tornasse con impeto ad urtare contro il lido, forse sa­rà stato un racconto di qualche persona la cui imaginazione alterata dai terribili effetti dell’esplosioni volcaniche concepì un sì strano fenomeno. La moltiplicità dei crateri che anche al presente distinta­mente si ravvisano in diverse parti dell’isola, la quantità e l’estensione delle cor­renti di lave che per ogni dove s'incon­trano rendono molto chiara l’allegoria di Tifone, che si diceva sepolto sotto di es­sa, e rivolgendosi gettare fiamme ed ac­que bollenti; né reca spunto maraviglia che gl'infelici abitatori di questa contra­da siano stati sovente costretti ad abban­donarla non ostante la fertilità dei terre­ni e la ricchezza delle miniere d’oro. So che un moderno scrittore ha condanna­to Strabone per avere scritto che i pri­mi abitatori d'Ischia fiorirono per il pro­fitto di tali miniere. Non veggo però la ragione, per cui non si debba prestare fede ad uno storico sì accurato, trattandosi di un fatto che egli positivamente asserisce. Se Strabone avesse scritto, che in Ischia si trovava dell'oro si potrebbe credere, che egli avesse prestata fede alle parole di qualche poco esperta persona, la qua­le, come anche in oggi suole accadere, con­fondeva con l’oro quelle sostanze, che solo nel colore debolmente lo somiglia­no. Egli è vero, che al presente non com­parisce in Ischia verun indizio di questo prezioso metallo, ma da ciò non si può dedurre, che una volta non ve ne fosse in abbondanza. La ricca miniera di Nagyac posta nel cratere di uno spento volcano, ci fa vedere, che non ripugna punto l'esistenza di una miniera d'oro in un paese volcanico. Poteva dunque al tem­po degl'Eretrei esservi in Ischia tale mi­niera, la quale fu dipoi distrutta o sepol­ta dall'eruzioni de' postcriori volcani. Uno de' più interessanti fenomeni, che ora presenta l'isola d'Ischia è quello dell’acque termali, che in molti luoghi sgorgano animate da un intenso calore. Cir­colando, queste sotterra per diverse parti dell’isola, dove s’incontrano delle fenditure e meati, che giungono alla, superficie, ne sortono i loro caldi vapori, ed essendo il loro scolo diretto al mare, communicano il calore alla sabbia ed arena del lido.
Chi desidera essere informato sull' indole chimica di tali acque può consultare l’analisi fattane dal Sig. C. Niccola d’Andria, il qualie determinando i principi salini e terrei e le loro re­lative proporzioni ha cercato dissipare quegli abusi che l’ignoranza stimata dall’interesse tenta giornalmente introdurre nei loro usi medicinali. Mi costringo solo a notare che l’acque termali d’Ischia ed i loro vapori generalmente sembra che non contengn altro se non che muriato o carbonato di soda; ma non vi ho potuto riconoscere verun gas né alcun principio metallico. Quindi la solita medica frase di “prendere i minerali di Ischia” la considero come una delle tante espressioni vuote di senso. Non è già che io non pretenda essere vantaggioso il soggiorno per qualche tempo sopra quest’isola. La slubrità dell’aria, l’esercizio ed il metodo di vita totalmente diverso da quello che suole aversi nella capitale fan sì che macchine assuefatte a languire nella mollezza e nellinazione acquistino qualche grado di consistenza e di vigore. Quei mali, che possono trovare qualche solilevo nella traspirazione, potranno ancora comodamente curarsi in Ischia dove i cal­di vapori delle stufe possono per mezzo di tubi con somma facilità dirigersi a qualsiasi parte del corpo. Deggio però notare che da alcune osservazioni fatte, e che a suo luogo saranno riferite, sono autorizzato a credere che nei passati tempi i caldi vapori di quest'isola contenevano dei principi i quali presentemente più non si ravvisano. Né ciò deve punto sorpren­dere, essendo probabile  che dopo molti secoli siansi consumate quella materie dal­le quali si sviluppavano. Per seguire qual­che ordine in questa descrizione si concepisca una linea dalla punta della scro­fa posta nel lato settentrionale fino alla ponta di S. Angelo situata nel lato meridionale; si avrà l’isola divisa in due par­ti occidentale ed orientale, cominciamo dalla prima.
In questa l'oggetto, che a sé richiama lo sguardo dell'osservatore, è il Monte Epomeo detto in oggi S. Niccola. Sembra, che questa montagna sia stata la prima a sorgere nell’isola, ed in tutti i punti della sua superficie si veggono impressi i caratteri della più remota antichità. Il dis­facimento che vi regna, le parti che se ne veggono crollate e quelle, che giornal­mente minacciano di cadere, l’irregola­rità del suo vertice tagliato in diverse punte, in una parola tutto vi annuncia una generale degradazione. Egli si esten­de dall'est all'ovest e quindi si ripiega al Sud. Ciò che in oggi vi rimane di que­sta montagna è un residuo dell'antico co­no il quale deve avere avuto più d'una bocca, mentre presso la cima nel lato che guarda l'ovest si riconoscono gli avan­zi di un cratere nel sito detto la falanga, che avendo il labbro occidentale più bas­so dell'orientale osservato dal mare in qualche distanza dell'Isola rassomiglia molto bene al cratere attuale del Vesu­vio. La falanga però non è stata se noti che una bocca secondaria dell'Epomeo il cui principal cratere è distrutto dal tem­po, rimanendovi solo il lato occidentale e piccola porzione del settentrionale e meridionale.
Le sostanze, che compongono l'Epomeo si riducono a tre, cioè a lave, alla Pietra alluminosa ed al Tufo. Le prime si rinvengono in grossi massi erranti, non tutte però hanno la medesima apparen­za; varia in esse la quantità dei feldspati e delle miche, variano i colori e diversa è ancora la compattezza e durezza. È da notarsi però che sovente si trovano de’ pezzi di queste lave totalmente de­composti all'esterno. Allora la superficie è bianca o cenerina fino ad una certa pro­fondità. Spesso, benché all'esame della punta, la parte decomposta dimostri lo stesso grado di durezza che si osserva nel­la parte intatta, il ferro vi si è del tutto ossidato come lo indica la spranga cala­mitata, che immobile all’avvicinamento della parte esterna, si muove molto sen­sibilmente allorquando gli si presenta l’interna. L’ossidazione del ferro nelle la­ve senza che sia almeno sensibilmente al­terato il loro grado di durezza, parmi un fenomeno,che debba richiamare la rifles­sione de’ Fisici. Possono dunque in un composto modificarsi del tutto alcune parti componenti senza che si alteri il grado di coesione della massa . Tra le lave erratiche dell'Epomeo si deve fare menzione di una che al primo aspetto sembra una breccia e che racchiude una minutissima pirite. In un fondo grigio nerastro si veggono molte macchie bianche la maggior parte di forma irregolare, che sembrano corpi estranei inviluppati dalla lava, laddove che altro non sono che feldspati decomposti i quali han per­duto il brillante cristallino, mentre alcu­ni conservano ancora la forma prismatica quadrilatera.
La pietra alluminosa dell’Eppmeo ha molta analogia con quella della Tolfa. Il suo colore è bianco e nelle fratture recenti candidissimo, talora però le superfici di qualche fenditura sono colorite di un rosso cupo, la grana è molto fina, la tessitura compatta e stretta, la frattura costantemente concoidea. È del tutto opaca e dura a segno che rompendola in frammenti piccoli le loro parti angolati presentano delle punte dure e resistenti. Se si esamini colla lente vi si scorge ta­lora qualche particella lucente cristallina feldspatica, Questa pietra si trova fre­quentemente in pezzi isolati, sparsi nella montagna, ma in alcuni luoghi comparisce colla superficie della terra in massi e filoni uniti, cosicché sembra che formi
una parte  dell’ossatura del monte. Sap­piamo dalla storia che la prima fabbrica di allume stabilita in Italia fu nell’isola d'Ischia ed è molto probabile che l'escavazioni dirette ad estrarre la pietra allu­minosa abbiano contribuito a cambiare l’aspetto dell’Epomeo. Ad esse forse si deve l’origine di molti valloni che si veg­gono in questa montagna. Il luogo che maggiormente abbonda della pietra alluminosa è quello che dicesi Catrico, trovasi però frequentemente sopra tutta la costa settentrionale dell’Epomeo.
I tufi di questo monte differiscono mol­to dagli ordinari tufi di Napoli e di altre contrade volcanizzate. Non si osservano in essi né pomici, né lapilli, né frammen­ti di lave. Il loro colore è biancastro e talora cenerino, la grana più tosto fina e la pasta omogenea; sovente in alcuni si distingue una stratificazione ed in altri si riconosce una frattura conoidea; questi sembra che risultino da un grado di decomposizione della pietra alluminosa; quelli che siano formati dall'acque, le quali tra­sportandone le parti più minute le abbiano successivamente deposte. Tra Fontana e Foria trovasi un tufo cenerino, in cui si veggono molte parti configurate in sfere a guisa di pisoliti, ma rompendole non si ravvisa in esse veruna stratificazione, e sono del tutto analoghi a quei pisoliti volcanici, de' quali abbiamo parlato nel capitolo del Vesuvio. Un altro tufo pie­no di pisoliti si è ancora trovato nella collina detta l'Arbusto alla base nord-ovest dell’Epomeo in occasione, che si scavava il terreno per piantare le viti nel territo­rio appartenente al casino del Sig. Duca d'Atri. Alcuni di questi massi sono divi­si in strati nella seguente maniera. Si ve­de la sostanza del tufo senza alcuna decisa configurazione, quindi viene uno stra­to di pisoliti, cioè la stessa materia del tufo si è consolidata in forma di piccole sfere, sopra di questa, vedesj un’altra ag­gregazione tufacea informe che termina in parti sferiche e così successivamente. Si sono ancora trovati de' saggi della gros­sezza di un pollice in circa la di cui mas­sa  era interamente di pisoliti, e questi senza essere riuniti  da un comune ce­mento si tenevano attaccati con una reciproca aderenza.  Questi pisoliti della collina dell’Arbusto li credo formati da qualche acqua termale, di cui ne abbia­mo le vestigia nella vicina stufa di S. Lorenzo. La pietra alluminosa ed il tufo, che nasce dal suo disfacimento in origine sono state lave, e siccome il passag­gio dallo stato di tufo a quello di terra è molto facile, bastando solo che si distrugga una debole aggregazione di par­ti, ne segue che dalle lave volcaniche risulta sovente una vera terra. Per ave­re però la riduzione delle lave allo stato di terra, non è necessario, che passi­no per gli stati intermedi, cioè di pietra alluminosa e quindi di tufo. Può e so­vente si vede la lava decomporsi e ridur­si immediatamente in terra. Osservo pe­raltro: 1) che ciò accade solo nelle picco­le masse le quali esposte all’azione della luce, dell'acqua, dell'aria, e de' reattivi gassosi che in essa si trovano, a poco a poco si sfaldano, perdono gli angoli e gli spigoli e si risolvono in terra ; allor quan­do si tratta di masse grandi, o di strati continuati di lava la decomposizione pro­dotta dalle sopra accennate cagioni è sì lenta che appena attacca la prima super­ficie , come si può osservare nell’antiche contrade volcaniche, l’accensioni delle quali risalgono al di là delle nostre sto­rie e tradizioni; 2) Osservo che il passag­gio della lava allo stato prima di pietra alluminosa, quindi di tufo, e finalmente di terra si vede in quei luoghi nei quali, o sono attualmente o vi sono state nel passato esalazioni sulfuree. Ciò mi mosse a fare delle ricerche dirette a trovare qualche traccia di produzione di solfo, essendomi sembrato tale articolo interessante per la storia fisica di quest’isola e per rendere una ragione della generale decomposizione delle lave dell’Epomeo. Seguendo dunque alcune indicazioni datemi dai naturali del luogo feci scavare nel principio della salita che da Lacco porta a Foria ed alla profondità di pochi pie­di rinvenni de’ pezzi di lave decomposte e coperte di una incrostatura di solfo, che in alcuni saggi aveva un abbozzo di cristallizzazione ed era mescolato con molte parti di solfato di calce. Che anzi mol­te persone degne di fede mi hanno assi­curato, che allorquando in questo luogo si tagliò la nuova strada e si fecero degli scavi per costruire i fondamenti, si rinvenne una notabile quantità di solfo di cui per qualche tempo si fece uso da alcuni abitatori di quella contrada. Anche al presente si vede presso quel luogo una piccola efflorescenza di solfalto di allumina e di magnesia. Non vi è dunque luogo a dubitare jche i vapori di quest’isola contenessero una volta molto gas idrogene solforato e che ora ben anche se ne sviluppi qualche dose, benché così piccola, che non riconoscibile ai sensi, si manifesta solo con poche efflorescenze saline. In molti luoghi dell’Epomeo trovasi ancora sovente un tufo alquanto duro e compatto, cenerino, pieno  di feldspati formato dalla decomposizione di una lava in cui si è distrutta la coesione delle parti. Ho generlmente osservato che la decomposizione, prodotta dai vapori sulfurei, modifica in pietra alluminosa le lave più compatte, più omogenee, quelle la cui graana è fina, la tessitura stretta e serrata, laddove quelle, che hanno la grana più grossolana, che maggiormente abbondano di feldspati, e questi sono di una notabile grandezza, la decomposizione ne ltera il colore, di­minuisce la coesione delle parti, ne se­para il il ferro, e dà al composto un’apparenza tufacea. La differenza di que­sti due effetti prodotti da una stessa ca­gione dipende dalla diversa indole e co­stituzione fisica del composto su cui agi­sce l’esalazione.
Se l’Epomeo è stato probabilmente il primo cratere sollevato nell’isola, egli è stato seguito da molti altri successivamen­te aperti dalla forza dell''esplosioni volcaniche. Alla sua base settentrionale evvi un cratere molto antico, ma non talmen­te degradato che non si possa facilmen­te riconoscere. Lo chiamerò il cratere di Casamicciola dal paese di tal nome fab­bricato nella sua apertura meridionale. Questo cratere è aperto al sud ed al nord. La collina che ne forma il perimetro all'ovest è quella del Lacco, all'est quella di S. Antonio, e della Sentinella. Volen­done fare comodamente il giro è duopo salire al monte detto Lacco di sopra, quindi per la strada della Cesa e per le coste di Casamicciola passare a questo paese, da dove piegando all’ovest si va alla collina di S. Antonio e della Sentinel­la. Nel fondo di questo cratere scorre un’acqua detta della creta, la cui temperatu­ra era 125 di Far., essendo quella dell'atmosfera 80. Le sostanze volcanizzate che si trovano nella parte interna di questo cratere sono nello stato di decomposizio­ne; non è così peraltro di quelle, che si osservano nei suoi lati esteriori. Presso la base del fianco orientale vi sono delle lave non decomposte, molti brocchi del­le quali si trovano ancora nel luogo det­to la Ventarola di Lacco. È questa una piccola grotta nella superficie della terra formata da alcuni massi di lave e dalle loro fenditure sorte un vento molto fred­do.  Quando fui a visitare questo luogo il termometro posto nella grotticella  si abbassò a 63 di Far.  essendo la tempera­tura esterna 80. Tra le lave, che vi si os­servano, meritano di essere notate due varietà. La prima è una lava rossastra co­lor di mattone, di grana grossa cristal­lizzata con alcune cavità,  nelle quali si ravvisa più charamente la cristallizzazio­ne confusa delle parti minime della lava, che racchiude pochi feldspati. L'altra è una lava, che al primo aspetto si crede­rebbe una breccia, avendo delle macchie di un colore diversa dalla sostanza, che sembra formarne il cemento, ma osser­vata colla lente si vede, che quelle macchie non sono sostanze inviluppate, mi parti della lava diversamente colorite. Vi si scorgono ancora delle particelle di un colore bianco cenerino, che probabilmente risultano dalla fusione del feldspato e che presentano una superficie vitrea granulosa e talora un poco mammellonata, e finalmente vi si osservano molti feldspati ed alcuni neri cristalletti che sono frammenti di sciorli, i quali in qualche cavità sono interi e presentano la loro forma prismatica striata, veggendosi allora molto nitidi e lucenti. Alla base orientale del cratere di Casamicciola sorgono le acque termali del monte della Misericordia, tra le quali è quella di Gurgitello. La sua temperatura esaminata inun secchio, con il quale si attinse dalla sorgente era di 137 Far. Essendo quella dell’atmosfera 80. Per mezzo di canali immaginati con molto giudizio circola quest’acqua per le diverse parti dell’edificio, dove sufficientemente raffreddata serve all’uso de’ bagni e delle docce. Il vapore, che presso la sorgente è caldissimo per mezzo di tubi si è distribuito in un calidario dove con molta facilità si può regolarne la forza e la direzione. Quest’acqua traver­sando delle colline di Creta seco trasporta una gran quantità di terra calcarea che depone nel canale a misura che si raffred­da. Perciò è duopo ogni anno il ripulirlo ed allora se ne estrae una crosta stalammitica della grossezza in circa di un pol­lice costantemente divisa in due strati. La sua grana è spatosa, la tessitura fi­brosa alquanto raggiata e la superficie leggiermente mammellonata. In un fosso poco distante dall'acqua di Gurgitello vi è un altr'acqua, detta delle fontanelle, la cui temperatura era 140, essendo quel­la dell’ammosfera 75. Sopra le materie volcaniche percosse dal vapore di quest’acqua si produce molto carbonato di so­da e muriato di soda; che anzi quest' ul­timo sovente trovasi cristallizzato ma in forma irregolare.
La parte meridionale del cratere di Ca­samicciola attacca colla base settentrio­nale dell'Epomeo per mezzo della collina di Monticeto a cui si va traversando il casale detto casa Mennella. Monticeto è uno de' luoghi più interessanti dell'isola per le fumarole, per l’efflorescenze sali­ne, e per le deposizióni silicee. Il Sig. Thomson non è stato il primo a visitarlo nel 1795, e nella sua memoria sull’incrosta­zioni silicee termali d'Italia ne numera i prodotti. Immensa è la quantità delle ma­terie volcaniche in decomposizione, che qui si trovano. Le macerie di pietre, che fiancheggiano la strada, che da casa Mennella conduce al fosso delle fumarole sono formate di pezzi di lave decomposte e passate allo stato di pietra alluminosa o di tufo. Molte sono le fumarole di Mon­ticeto, di un colore assai intenso e vicine tra loro. Nel 1795 il Sig. Thomson tro­vò che la temperatura di una era 202 di F., non mi è stato possibile l’avvicinarmi a questa, essendo crollata la terra su di cui si doveva passare, ma avendone os­servata un’altra distante circa 30 piedi a cui potei accostarmi, la trovai di 123, essendo la temperatura del luogo 81. Ben­ché nei vapori di queste fumarole non si riconosca sensibilmente alcun gas, né al­cun acido, e la loro acqua sia del tutta insipida, l'efflorescenze che vi si produ­cono dei solfati di calce, di allumina, di magnesia fan vedere, che si sviluppa qual­che leggiera dose d'acido solforico. Que­sti vapori salini animati da un forte calore penetrando le sostanze volcaniche in decomposizione sciolgono la loro terra silicea, che in diverse forme si depone o nelle fenditure o sopra la superficie dei tufi. Tali deposizioni silicee sono ordinariamente di un colore bianco farinoso, opache, e molto friabili quando si estrag­gono dalla terra umida e calda. Alcune volte si rinvengono in forma di croste la superficie delle quali ora è vernacolata ed ora leggermente mammellonata; altre volte presentano qualcuna delle solite for­me stalattitiche e si veggono o arboriz­zate o cilindriche, o coniche, o mammellonate. La loro grana ordinariamen­te è terrosa e non presentano punto quel nitido e brillante, che suole convenire ai prodotti silicei. Non mancano però in questo luogo delle croste silicee dure e consistenti, nelle quali si ravvisa un grado di semipellucidità ed una grana vetrosa. Dall'osservazioni fatte dal Sig. Thomson in diverse parti dell'Italia e specialmente dei campi Flegrei risulta: 1) che le stalat­titi silicee sono più frequenti di quello che si credeva allorquando si conoscevano solo quelle del Geyser; 2) che le sostan­ze, che danno all'acqua una forza bastevole a sciogliere la terra silicea sono il calo­rico, la soda ed il solfo nello staro di vapore.
Il fenomeno però che merita maggiore riflessione nel cratere di Casamiccioia è che quantunque le sue colline siano co­perte di sostanze volcaniche ed in alcuni luoghi ancora di lave, nell’interno contengono un’immensa quantità di argilla plastica talmente abbondante di terra calcarea che fa una notabile effervescenza cogli acidi che anzi la base di tutte le colline di Casamicciola sembra che non sia formata da altra materia. Questa sostanza è sì abbondante che sin da remotissimi tempi si sono stabilite in Ischia molte fabbriche di vasi di terra cotta. Né altra è stata se dobbiamo credere a Plinio, l’origine del nome di Pitecusa che i Greci diedero a quest’isola. È vero che alcuni han creduto essere derivato un tal nome dalla quantità di scimmie che una volta ci abitavano, opinione a cui ha voluto alludere Ovidio dicendo nel libro 14 delle Metamofosi: Inarimem Prochytamque legit sterilique locata, Colle Pithecusas, habitantum nomine dictas.
Ma se si rifletta, che nessuno degli scrittori che han parlato delle scimmie, co­minciando da Aristotele,  ci ha lasciato scritto che qutsto animale indigeno dell’Asia e dell’Africa propagasse in alcuna contrada di Europa, si vede chiaramente l’insussistenza di tale etimologia, e che fu giustamente rigettata da Plinio, dicentdo, che l’isola d’Ischia fu chiamata dai greci „ Pithecusa non a simiarum multitudine ut aliqui extimavere sed a figlinis  doliariorum.... Si estrae l’argilla plastica dalle colline  di Casamicciola per mezzo di scavi sotterranei e di gallerie coperte a guisa di miniere. Attesa la remota antichità, a cui risale lo stabilimento delle fabbriche dei vasai in Ischia, egli è chiaro che questi scavi debbono avere una notabile estensione. In diversi luoghi il vuoto sotterraneo fatto per cavare l’argilla è stato sì grnde che ha prodotto il crollamento delle parti superiori della collina. Ma quale sarà l’origine di quest’argilla sì abbondante di carbonato di calcio in una contrada totalmente volcanica?  Il ripeterla dalla   decomposizione  delle sostanze vulcaniche non parmi un'opi­nione che regga all’osservazioni. La terra che risulta dalla decomposizione delle materie volcanizzate è una mescolanza di argilla, di silice, di poca magnesia e meno ancora di calce, né suole giammai prodursi da questa terra una sensibile effervescenza. Perciò inclinerei più tosto a credere, che quell’impasto di terra ar­gillosa e calcarea che forma la base e la massa interna di molte di queste colline, appartenga a quella porzione del fondo
del mare, che per la forza dell'esplosione volcanica fu sollevata nella prima forma­zione dell'isola. Alcune persone del luo­go mi hanno assicurato, che in queste ca­ve si trovano talora de’ corpi marini e
delle conchiglie. Siccome però non ho potuto verificare con i miei occhi un tal fatto, non insisto molto sopra di esso e sopra le conseguenze, che se ne potreb­bero dedurre.
Sopra il cratere di Casamicciola e nel­la costa settentrionale  dell’Epomeo evvi un luogo chiamato la piazza della pera. Questa è una piccola pianura. Vestita di un delizioso boschetto di castagni. Si ca­va in essa quell’argilla rossa carica di os­sido di ferro conosciuta sotto il'nome di terra d'Ischia, che è un risultato della decomposizione delle sostanze volcaniche. Qui si pretende che si facesse la lavora­zione dell'allume e vi ho riconosciuto ancora i residui di un'antica distrutta fornace.
Al nord-est dell'Epomeo s'innalza pres­so il mare il  monte di Vico, che osser­vato dalla marina di Lacco presenta la forma di un cono volcanico. Il suo in­terno cratere però è crollato ed essendosi riempito colle materie stesse, che ne for­mavano i lati nella sommità del monte in vece dell'apertura dell'imbuto si trova una pianura. Il tufo e le pomici sono le materie  che compongono la cima del monte di Vico, mentre le lave ne for­mano i lati al nord ed all'ovest, essendovene solo de’ grossi zolloni sulla costa meridionale. Le lave di Vico sono molto dure, compatte ed omogenee, contenendo solo  de' piccoli feldspati  sommamente nitidi e brillanti; muovono l'ago calami­tato, la loro grana è cristallizzata, il co­lore ordinariamente turchino, essendovene però qualche blocco di colore rossic­cio, triturate danno una polvere cenerina e quando si percuotono col martello tramandano un odore molto sensibile di polvere da schioppo. Presso la sommità del monte di Vico sortono dei caldi vapori da alcune fenditure che sono tra massi di lava, ma il „ cactus opuntia „ che ha moltiplicato in quel luogo impedisce il potere avvicinarsi a quel sito. Una di­mostrazione però degl’interni vapori di questa collina l'abbiamo nell'arene dette di Santa Restituta, che fanno salire il ter­mometro a 110 di Far., essendo la tem­peratura dell’ammosfera 80, e nella marinella di St. Montano dove vi è una sor­gente di acqua animata da un forte calore che si riconosce ancora nell'arena al lido del mare.
Il monte di Vico pare che sia stato una delle prime contrade abitate dell'isola, e forse su di esso fu cretto, dalla colonia spedita da Gerone tiranno di Siracusa, quel muro che di poi si abbandonò allorquando i Siracusani furono obbligati a lasciare un suolo bersagliato da eruzioni volcaniche. Si può fondare questa congettura sopra una antichissima iscrizione in caratteri greci che si osserva scolpita in un masso grande di lava, caratteri che resistono ancora all' ingiurie del tempo. Un’iscrizione  incisa  in  gran caratteri sopra uno scoglio greggio quanto è più nobile di quelle piccole lapidi contornate e lustrate dalle colte nazioni de’ nostri tempi ! La sua interpretazione è la seguen­te: „Pachio figlio di Nimfio, Majo fi­glio di Pachillo comandanti innalzarono il muro e i commilitoni” al sud di monte di Vico, ed alla base nordovest dell’Epomeo vi è un'altra antica bocca ignivoma in gran parte distrutta nel luogo detto i Canali. Le pareti di questo cratere sono formate dalle colline detta mezzavia, l’arbusto, le caccavelle, Marecoco; volendole riconoscere con precisio­ne è duopo o salire su di questa ultima collina, o andare da Lacco a Foria per la strada di mezzavia e quindi per i Ca­nali, nel qual caso si traversa la pianura del cratere. Dalla bocca di questo volcano è sortita quella gran corrente di lava che ha formato il monte Raro ed il capo del Caruso. Questa bella lava è pie­na di feldspati,  contiene  frammenti  di sciorli, alcuni  de' quali sono incastrati nei feldspati, la sua grana è cristallizzata e muove l’ago magnetico. Intorno al cratere dei Canali non sono del tutto spenti i vapori. Nel suo rovescio setten­trionale, dove il Sig. Duca d'Atri ha fab­bricata la sua bella  ed amena casa  di Campagna, vi è  nel giardino contiguo all'abitizione una stufa. Avendo avuto il piacere di essere ivi alloggiato nella state del 1796. in compagnia dell'egregio Sig. D. Antonio Acquaviva suo Nipote, Cavaliere a cui i più stretti vincoli di amicizia e di gratitudine mi terranno eter­namente legato, volli fare una serie di osservazioni su le variazioni che presen­tava il calore di questa stufa. È inutile, che riporti il giornale di tali osservazio­ni fatte scrupolosamente tre volte il gior­no e continuate per lo spazio di 12 gior­ni. In questa stufa è allacciato il vapore in tre tubi, de'quali scelsi il più basso e fissai presso la sua bocca un chiodo a cui appendeva il termometro  affinché fosse sempre egualmente introdotto nel tubo. Nel periodo di 12 giorni la tem­peratura  dell'ammosfera variò moltissi­mo, ed i limiti delle sue variazioni fu­rono i 75 e 91 di Far., ma il calore della stufa si mantenne costantemente tra i 99 e 100, cosicché si vede che la tempe-ratura del vapore, non ha rapporto alcuno con quella dell’ammosfera. Sarebbe curioso l'osservare se nell'inverno nei giorni piovosi vi è accrescimento di calore, nel qual caso sarebbe molto probabile, che l’origine dei caldi vapori d’Ischia fossero le piriti sotterranee, la decompo­sizione delle quali è molto promossa  dall' umido. Sulle pareti della piccola stanza in cui è racchiusa questa fumarola si trovano delle candide croste di carbonato di soda, mentre le gocce di acqua che stillano dall'orlo dei tubi per il condensamento del vapore non presentano sapore alcuno.
Nel rovescio occidentale dello stesso cratere dei canali, vi è la stufa di S. Lo­renzo la cui temperatura è presso a poco la stessa di quella del Sig. Duca d'Atri. Questo luogo però è molto interessante per le stalattiti silicee, che vi si trovano. È posta la stufa di S.. Lorenza sopra una congerie di materie volcaniche in cui pre­dominano specialmente le pomici, talora però,vi si rinvengono, ancora de’ pezzi erratici di lava alquanto decomposta e qualche pezzo di tufo . Conviene dire, che anticamente i vapori di queso luogo fossero molto più intensi e carichi di gas idrogene solforato, mentre poco discosto da questa stufa è quel sito in cui come si è detto di sopra si trovò una conside­revole quantità di Zolfo. Allora fu che penetrando essi  le  sostanze volcaniche ricche in feldspati ed in parti silicee, sciolsero questa terra e la deposero nei vuoti per i quali passarono. Quindi sovente si trovano diversi frammenti di po­mici insieme agglutinati ed uniti da una sostanza vitrea silicea. Le croste silicee di questo luogo hanno una maggiore con­sistenza di quelle di Monticeto e talora presentano la durezza del quarzo. Le loro forme ed i loro gradi di trasparenza e di opacità sono dipendenti dallo stato di più o meno perfetta soluzione in cui erano nell'epoca del loro consolidamen­to. Insieme con esse il più delle volte  è mescolata una materia nerastra, la quale osservata colla lente si trova essere una sostanza  perfettamente vetrosa . Tra  i molti saggi, che ho raccolti in questo luo­go non voglio passare sotto silenzio uno, particolare per la bellezza e quantità di materia silicea di cui è vestito. Esso è un masso di figura quasi cubica di cinque pollici di lato. È composto dì molte pic­cole pomici strettamente unite insieme da un succo siliceo. Una faccia del cubo è coperta di una crosta selicea di tre li­nee di grossezza, la cui superficie in al­cuni luoghi è bianca candida, in altri ce­nerina; alcune sue parti sono lisce e so­migliano al quarzo latteo da cui non dif­feriscono nella durezza, altre terminano in punte rilevate e tondeggianti a guisa di piccole mammelle stalattitiche, delle quali molte sono aggruppate verso il centro della superficie. La sostanza silicea non è diffusa egualmente, ma presenta diverse sinuosità e cavità, e quelle parti del saggio, che non ne sono coperte, si veggono vestite di una sottile e superfi­ciale sostanza nera vetrosa. Una faccia contigua a questa è intonacata della stes­sa crosta silicea, ma più vitrea e di un’apparenza più quarzosa e su di essa si veggono sparse molte lamine circolari vitree e trasparenti infette di una terra estranea che dà loro un colore nerastro specialmente verso gli orli, che sono ri­levati e distaccati dal fondo, come se la loro sostanza nel consolidarsi avesse sof­ferto un grado di contrazzione.
I monti di Vico e di Raro, come ab­biamo visto, sono composti di lave e tra loro vi è la valle che conduce alla  marina di S.  Montano. Forse le lave dal monte di Vico sono scese nella valle sottoposta e quindi risalite al monte di Raro o da questo sono montate alla sommità di quello? Sarebbe una sciocchezza il pretendere  ciò. Una piccola  osservazione sul luogo basta per convincere ogniuno che queste sono correnti diverse di lave venute da due diverse bocche. La lava di Raro è venuta dal cratere de’ Canali, che in oggi appena si può ravvisare e dopo qualche secolo non sarà più ricono­scibile, quella di Vico dallo stesso monte di Vico,  la cui esterna superficie conserva ancora in qualche lato la forma di un cono, essendo il cono rovescio o cra­tere interno crollato sopra se stesso, dal che è nata la pianura posta nella cima del monte. Quando le lave di un vulca­no non sono sortite dalla sua bocca, ma o dalla base, o da qualche lato del cono, come suole accadere ordinariamente, allora le pareti del cono formate di scorie, pomici,  lapillo, ceneri e sostanze in­coerenti, in qualche forte convulsione del volcano possano crollare e cadere, e se l’attività del Volcano non sarà tale da potersi aprire una nuova bocca, dopo qualche secolo resterà scancellato ogni vestigio di cratere. Le sole lave costruiscono delle mura, che resistono all'ingiu­rie del tempo. Se molti mineralogi del nord riflettessero su di questa verità, non si fonderebbero tanto sulla configurazione dei loro monti basaltici e forse vedrebbero che ciascuno di essi è un frammento o residuo di qualche cono distrutto nelle parti più fragili dal lungo corso dei secoli.
Dopo il capo del Caruso per un lungo tratto non si veggono più lave, ma solo tufi i quali in alcuni luoghi hanno una perfetta stratificazione orizzontale. Nella spiaggia, che è al sud di Foria, detta la spiaggia di Citara in qualunque luogo si scavi ad una certa profondità, si trovano sorgenti di acque molto calde, delle qua­li i naturali del luogo si servono per in­naffiare i loro terreni dono di averle fatto raffreddare in recipienti destinati a tale uso. Si sono ancora qui costruiti de’ bagni di vapore e nella superficie delle mura si veggono incrostazioni di solfato di calce,  ciò che indica qualche principio di acido solforico in detti vapori.
Termina la spiaggia di Citara nella punta dell'Imperatore dove si comincia a vedere una gran corrente di lava che si estende sino alla cala di Panza. La sua superficie è cenerina per un principio di decomposizione, ma nell'interno è di un colore grigio turchiniccio. La maggior parte della corrente è divisa da fenditure verticali, che richiamano l'idea de' basal­ti. Questa lava è molto ricca in feldspati i quali talora si rinvengono insieme ag­gruppati in masse di due in tre pollici. Allora il feldspato non è limpido e tra­sparente, ma alquanto decomposto, semiprllucido e fragile, rompendosi al so­lito in frammenti romboidali. Questa cor­rente di lava, che si estende sino a Panza, ha una interruzione nel luogo detto la punta dello schiavo, dove comparisce un altra varietà di lava nerastra con piccoli e scarsi feldspati, nella quale si osserva una maggiore tendenza alla configurazio­ne prismatica.
Passata la cala di Panza il littorale si dirige al sud e quindi piega all'est verso il capo di S. Angelo. Questo piccolo promontorio, che al fiord attacca coll’isola per mezzo di una bassa e stretta lingua di terra è formato da un masso di lava nerastra analoga a quella della punta dello schiavo.
Le lave, che dal capo dell'imperatore si veggono sino alla punta di S. Angelo, sono certamente venute dall'interno dell’isola. Ma sono esse sortite dalla base oc­cidentale dell’Epomeo o da qualche altro cratere? Per  risolvere questo problema dopo avere  esaminata per mare questa parte del littoralc dell'isola, volli ancora osservare l'interna. Il monte dell'imperatore tagliato a picco e molto elevato all'ovest sul livello del mare, guardandolo attentamente dal basso mi parve che all'est avesse l'apparenza di un co­no. Volli dunque vederlo da vicino ed esaminarne la cima. La mia congettura fu giusta. Essendo  salito alla   sommità del monte vi trovai un cratere molto ben conservato il quale ha due bocche di una eguale profondità che si può calcolare 200 piedi perpendicolari.  L'orientale chiamasi Campotese, ed ha di perimetro in circa un miglio,  l'occidentale detta Cetronia è più piccola avendoci di perimetro circa 2/4  di miglio .Questo volcano ha gettata una somma quantità di pomici bianche come si vede nella parte superiore del promontoro dell'imperatore e nella collina detta il pomicione, che forma uno dei lati della bocca occidentale. I fondi di questi due crateri formano due belle pia­nure vestite di  una  ricca  vegetazione. Allorquando si sale alla cima dell’Epomeo per la strada del ciglio si  può riconoscere il cratere di Campotese, ma le sue colline nascondono all’occhio l’al­tro di Cetronia: e per ben ravvisarlo è ne­ccessario il salire alla sommità dei pro­montorio dell’imperatore. Le lave dun­que, che si veggono in questa parte del litorale sono sortite da queste due boc­che ignivome situate alla base occiden­tale dell'Epomeo.
Colla punta di S. Angelo termina la parte occidentale dell'isola d'Ischia, che abbiamo percorsa, ora dobbiamo dare una occhiata all'orientale. Le lave di Vico, e di Raro danno alla prima un aspetto selvaggio reso più tetro dagli scoscesi dirupi dell’Epomeo. Non è così della seconda; le sue colline sono molto più basse e la vegetazione secondata dalla coltura e dall'arte spiega per ogni dove la sua bellezza. L'osservatore che percorre la parte orientale dell'isola e sorpreso dall'amenità de’ luoghi e dalla fertilità
dei terreni e se ai suoi occhi non si presentasse la lava dell'Arso, estensione di quasi tre miglia in lunghezza ed un quarto in larghezza dove non han potuta an­cora allignare i primi germi della vegetazione, si potrebbe forse dimenticare di essere in una contrada sconvolta e più volte rovesciata dal fuoco.
Siccome l'Epomeo è stato il principale cratere della parte occidentale, che fu dipoi seguito da altre bocche ignivome aperte successivamente dallo sforzo dei fuochi volcanici, così nell'orientale vi è stato un gran cratere dirò così primiti­vo. Di questo in oggi vi restano solo due lati ed il suo aspetto è molto alterato per le posteriori eruzioni, che hanno formate molte boccile secondarie. II monte di Campagnano al sud-est ed il Tripeta al nord-ovest sono i suoi lati che ancora rimangono. La curvatura di questi due monti, ciascuno de' quali si piega formando un semicircolo e la pendenza delle loro in­terne pareti rendono molto probabile questa congettura e tale è l’aspetto che presentano allorquando si riguardano dalla sommità del castello   Da questo cratere sono sortite le lave, che si veggono alla punta della bisaccia, al capo d'arco ed alla punta di S. Pancrazio ed intorno ad esso si sono aperte dipoi altre sette boc­che ignivome. Tre se ne veggono presso il lato di Campagnano e sono il corbore, vatulieri e testaccio, de' quali il più ben conservato è il secondo. Di un epoca però più recente debbono essere le altre quattro bocche aperte presso il monte tripeta, poiché tre di queste hanno un tale carattere di freschezza, che si potrebbe­ro paragonare al cratere del monte nuovo presso Pozzuolo e sono il montagno­ne, il fossato di bosso ed il fondo di ferraro. Il cratere del montagnone è gran­de, e ben conservato, la cavità dell’im­buto è ingrombata da grossi zolloni di lava e nel suo centro s'innalza un altra montagnola conica composta pari­mente di massi di lave. A questo volcano appartengono le lave che si veggono alla stufa di Castiglione e presso di esso vi è un altro cono rovescio o cratere alquanto più piccolo ma meglio conservato, detto il fossato di bosso. La massima parte di questo cono è formata di pomici, scorie e pezzi distaccati di lave, mol­te delle quali sono vetrose. Da queste due bocche cioè dal montagnone e dal fossato di bosso è sortita quella gran quantità di pomici e di pezzi di lave vetrose, che si veggono nella nuova strada presso la stufa di Castiglione. Il cratere del fossato di bosso non ha nel fondo una vera pianura restringendosi le sue pareti e riunendosi quasi in un punto in forma di un vero imbuto, Presso la base settentrionalc di questo cono vi è un altro piccolo cratere conosciuto sotto il nome di monte tabòr da cui è sortita quella cor­rente di lava, che si vede alla stufa de Cacciotti ed al monte delle fosse. Essa è carica di piccoli feldspati, è di colore cenerino ed ha la grana cristallizzata. In una parte di questa corrente, tra le fenditure della lava si svolge un vapore molto carico di umido e che fa salire il mer­curio a 144° di Far. La lava de monte delle fosse posa sopra un argilla sì carica di carbonato di calce, che fa molta effervescenza cogli acidi, fenomeno, che ho ancora notato parlando dell'argilla plastica di Casamicciola, a cui questo luogo è molto vicino. Non mi sembra ragio­nevole il dire che la calce contenuta nell’argilla abbia assorbito l’acido carbonico dall'aria ammosferica, dal di cui contatto è stata molto lontana. Parmii molto più probabile il pensare, che questa calce abbia ritenuto il suo acido carbonico non ostante l'incendio della lava, che vi correva superiormente. Né ciò ripugna punto alla teoria. Poiché ogni qual volta non vi è uno spazio, nel quale si possa dif­fondere o un altro corpo a cui possa combinarsi l'acido carbonico, egli non si potrà giammai sviluppare dalla calce- Infatti osservando le pietre calcaree inviluppate dalle lave del Vesuvio nel loro corso si trova che sono effervescenti cogli acidi. Potrei spingere queste rifles­sioni più oltre e ragionando sopra i fenomeni e deducendone le spiegazioni dalle teorie potrei dimostrare, che anche molti corpi combustibili si trovano' nelle lave preservati dalla combustione come ho altrove accennato. Qual forza dunque avrà l’argomento, che suol farsi da alcuni mineralogi per provare che i basalti della Germania non sono lave, fondandosi sull'indole e natura non alterata delle sostanze, che servono di base alle masse basaltione ? Non voglio disputare su di un oggetto di cui non conosco le circostanze locali, dico solo che se i basal­ti di alcune parti della Germania posano sull'argilla, sul carbon fossile, sul Wake, sulla sabbia marina piena di corpi marini ec. ec. ciò non deve punto sorprendere 1) perche il mare ha occupate molte contrade che in oggi ne sono lontanassime; 2) perché molti volcani nati o nel seno del mare o presso la sua spiaggia hanno coperto colle loro lave le sostanze marie; 3) perché le sostanze difese dal contatto dell'aria e, non avendo vicini altri corpi con i quali si possano combinare i loro principi, conservano inalterabile il loro stato senza ricevere modificazione alcuna sensibile. Mi si perdoni se per la seconda volta sono tornato su di una idea, che risguarda molto da vicino le teorie volcaniche.
Vicino ai due sopra descritti crateri è il terzo detto il fondo di ferraro . Questo bellissimo cratere ridotto parte a cultura e parte vestito di castagni è molto delizioso, grande è la sua profondità la quale, misurandola dalla punta più elevata dell'orlo non sarà minore di 300 piedi. Alla base nord-est di questi tre indubita­ti crateri vi è il lago d'Ischia; il  quale ha tutta l’apparenza di essersi formato in uno spento cratere e tale è appunto l’aspetto delle colline che lo rinserrano all’est ed all’ovest. Da questo cratere è sortita la lava che ha formata la collina di S. Pietro. Osservando tante bocche ignivome sì ben conservate nella parte orien­tale dell'isola, vi è luogo a credere, che in questa i fuochi volcanici fossero di un’epoca posteriore e meno remota, che nel­la parte occidentale. Di ciò ne abbiamo ancora una riprova nella corrente di la­va dell'arso che nel 1302 sgorgò alla base orientale del monte tripeta. Benché siano passati più di quattro secoli da quest’eruzione, nella superficie della lava non vi comparisce altro principo di vegeta­zione fuori che quello di pochi licheni. Il suo colore è molto diverso e varia dal nero al bianco cenerino; diversa è ancora la sua compattezza e durezza. Le parti più vicine alla superficie abbondano di pori che il più sovente sono allungati ed alloral’asse maggiore è sempre nella direzione della corrente, ma le più interne parti sono molto compatte. Questa lava ha la grana cristallizzata, muove la calamita, respirandovi sopra esala un odore terroso, contiene piccole sfoglie di mica, qualche  frammento di olivino e molti feldspati i quali sovente si trovano in masse inviluppate, cosicché la sua originaria rocca è stata il feldspato con olivino e con mica.
Le arene delle spiagge d’Ischia simili ad altre de’ golfi di Baja e di Napoli so­no molto ferruginose ed  allorquando vi si passa sopra la calamita, questa tira a sé dei lunghi filamenti. Se con una len­te si osservino queste particelle di ferro , si vede, che sono frammenti di cristalli, ed in alcuni si riconosce ancora la forma ottaedra. Non è sì facile l’assegnare con certezza l'origine di questa immensa quan­tità di minutissimi cristalli di ferro. Questo metallo è generalmente diffuso nelle lave, che veggiamo muovere la spranga ca­lamitata, sono frequenti le scorie e lave porose cariche di ferro specolare, ed abbiamo visto parlando dei prodotti del monte Somma, che alcune rocche calcaree di quella contrada gettate dalla forza dell'esplosioni senza avere sofferta l’azione del fuoco contengono il ferro sovente cristallizzato in ottaedri. È dunque proba­bile che tra le molte correnti di lave anticamente sortite dai volcani della Campania e corse nel mare ve ne siano sta­te alcune abbondantissime di ferro cristallizzato, e che dal loro disfacimento risulti questa sabbia ferruginosa di cui è si ricco il littorale di Napoli, di Pozzuolo e dell'isola d'Ischia, Ma siccome in questi siti non si vede alcuna lava sì ric­ca di ferro cristallizzato, che nella sua scomposizione possa avere fornita una sì grande quantità di arena, inclino più to­sto a credere, che essa in qualche occasione sia stata immediatamente gettata dalle bocche de’ volcani in forma di sab­bia insieme colle ceneri ed altre materie incoerenti.

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