Geologia dell'isola d'Ischia
di Ferdinando Fonseca
Firenze 1870

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Sulla costa occidentale del già reame di Napoli, sotto i gradi 40, 44’ e 46” di latitudine boreale e gradi 11 e 40’ di longitudine orientale del meridiano di Parigi, sorge un’alpestre e montuosa isola, tutta da brevi ed acuminati capi circondata e ricoperta quasi fino alla più alta vetta da viva vegetazione.
Essa fu conosciuta dagli antichi sotto il nome di Inarime datole da Omero; di Enaria, perché quivi dette fondo l’armata navale di Enea; e di Pitecusa, poiché da maestri di stoviglie fu sempre abitata.
Timeo è quegli che ci tramanda il più antico e maggiore sconvolgimento che ebbe a soffrire Ischia, quando infino dal suo nucleo si scosse, ed apparvero fenomeni d’incendi vulcanici, ed uno dei suoi monti mandò fuori dalla sommità materie incandescenti.
Giulio Ossequente, che vivea verso il terzo secolo, fa menzione ancora di alcune vulcaniche eruzioni avvenute circa un secolo prima dell’èra volgare.
Da ultimo il Pontano parla dell’origine ignea dell’isola d’Ischia e della grande copia di allume che vi si fabbricava, e descrive la sua ultima eruzione accaduta l’anno 1301, la cui lava è la sola dell’isola, di cui si sappia con certezza la data.
Primamente dagli Eretrei fu abitata, i quali per l’ubertà della terra e pel commercio che dell’oro facevano (non già che il metallo traessero dall’isola, come dice Strabone), in potenza e ricchezza grandemente fiorirono; ma venuti tra loro in discordia, e spaventati per scosse di tremuoti e per continue eruzioni d’infiammate sostanze e di bollentissime acque, per forte sconvolgimento di mare, da Enaria fuggirono. Per simili catastrofi fu abbandonata dalla colonia mandata da Gerone, tiranno di Siracusa.
Ha forma quest’isola quasi rettangolare, con una circonferenza di 18 miglia, con cinque di lunghezza dall’oriente all’occidente, e tre miglia da borea a mezzogiorno di larghezza. Per immaginare i particolari delle catastrofi geologiche avvenute nell’isola d’Ischia, vuolsi molto ardimento di immaginazione, poiché le sue rocce tanto si sono insinuate e mescolate tra loro, tanto si sono cambiate metamorfizzandosi, e tante difficoltà si scorgono nel riconoscere le vere bocche di eruzioni, e i diversi tempi in cui si sono succeduti i vari incendi, che riesce malagevole cosa lo spiegare qualche fatto con certezza senza tema di cadere in supposizioni lontane dal vero. Per lo che ho divisato, per maggior chiarezza, dividere i terreni dell’isola d’Ischia in cinque sistemi, secondo il tempo della loro formazione, e dare una minuta descrizione di tutte le rocce che li compongono, indicandone eziandio le varietà più notevoli e le località in cui esse più agevolmente si rinvengono. Così il viaggiatore sapendo il posto delle rocce più particolari dell’isola, e più caratteristiche e necessarie per conoscere la struttura di essa, ed avendo sott’occhio altresì una precisa descrizione di tutti i fossili che vi si trovano, non durerà fatica in piccolo tempo a riconoscerne la geologica natura.

1) Il primo sistema comprende i monti che formano il nucleo dell’isola;
2) il secondo è composto di tutta la regione orientale principiando dalla città di Ischia e terminando alla punta della Gnora;
3) comincia da questa e termina alla punta dell’Imperatore il terzo;
4) di Zale, del monte Vico e di Marecoco si compone il quarto;
5) l’ultimo sistema, ossia quello dei vulcani recenti, è composto del monte Tabor, del monte Rotaro, del Montagnone, del Lago del bagno e del cratere di Cremate.

Sulle pendici orientali del più gran monte dell’isola, chiamato S. Nicola, l’antico Epomeo, seggono circolarmente disposti il monte Garofali, il Telegrafo, il Casino Maisto, il monte Vetta, il monte Trippiti, lo Toppo ed altre prominenze. Questi monti formano il primo sistema composto di trachite in massa, e pare abbiano avuto origine per l’emissione di questa dalle più profonde voragini della terra, in uno stato tale di solidità, da conservare quelle forme che presentano oggidì, e probabilmente non sono che una sola massa superiormente divisa in prominenze e congiunti nella base. Essa offre le seguenti più notevoli varietà:

Trachite bigia, gremita di cristalli di riacolite. Dal monte Garofali.
Idem con mica bruna. Dal monte Vetta.
Trachite bigia, con pochi cristalli di riacolite e con cristalli in rombododecaedri di sodalite bianca, opaca. Dalla base del monte Toppo.
Idem bigia, gremita dic ristalli di feldspato vitreo. Da Cufo.
Idem bigio-rossiccia, gremita di cristalli di riacolite. Da Cufo presso il Casino Maisto.

Per l’aspetto coniforme che hanno questi monti, per l’uniformità di tutta la massa che li compone, e per le ferme e profonde radici che tengono nel centro dell’isola, v’è luogo a credere che la loro uscita dal seno della terra sia stato il più antico fenomeno di emissione trachitica, che abbia dato cominciamento all’isola d’Ischia, uscendo dall’acqua del mare, durante il periodo sopracretaceo, sotto forma di massa.
Innalzasi nel mezzo dell’isola come suo nucleo, il gran monte Epomeo, che supera tutti gli altri dei Campi ed Isole Flegree nell’altezza, elevandosi 795 metri sul livello del mare; esso, se si volesse ritenere come avanzo di cratere vulcanico, pare che sia stato il maggiore dell’isola per la sua gran mole e per la gran copia di lapilli e materie tufacee dallo stesso buttate fuori. Sulle sue pendici orientali riposa il monte Garofali, il monte Vetta, il monte Trippiti ed il monte lo Toppo, che si levano di oltre 500 metri sul livello del mare; le sue pendici boreali scendono giù con ripido pendio presso Casamicciola, quelle occidentali a picchi verso le Falanghe, ed a piano inclinato si uniscono col monte dell’Imperatore. Finalmente il monte si abbassa dolcemente, indi cade a perpendicolo presso le sponde del mare nel lato meridionale; stende anche le sue ultime radici infino alla marina del Lacco nella parte boreale, ed agli scogli di San Francesco nella parte di ponente, le quali tutte di tufo in massa si compongono, offrendoci così l’Epomeo l’esempio del più alto monte di tufo in massa. Esso lascia un gran seno nella regione meridionale, il quale pare che fosse una porzione d’un vastissimo cratere, di cui oggi non si vedono che le pareti boreali. Stimo eziandio che si possa dire con molta probabilità, che la formazione della gran massa di tufo dell’Epomeo e che compongono il monte Garofali, il Telegrafo, il monte Vetta, ecc., e che i frammenti, eruttati dalle bocche apertesi ai fianchi di tali masse di trachite, siano andati a formare il tufo di cui si compone l’Epomeo.

Ora fa d’uopo che io mi faccia a descrivere le più notevoli varietà di aggregati di cui va ricco questo monte:

Tufo verdiccio con noduli bruni. Dalla sommità dell’Epomeo e da S. Maria al Monte.
  "      con frammenti di trachite. Da S. Maria al Monte e al di sopra di Casamicciola per la via dell’Epomeo. Dagli scogli di           S. Francesco e dallo scoglio della Pietra Bianca, e dalle sponde del mare di rincontro al medesimo.
  "      bianco-sudicio in parte con tessitura pisolitica e noduli bruni. Da Toccaneta.
  "      composto di pomici e frammenti di trachite di vario colore. Idem.
  "      argilloide stratificato. Presso il bivio tra Fontana e San Nicola.
  "      gialliccio. Da Toccaneta.
  "      verdiccio con poche pomici gialliccie ed in parte con tessitura pisolitica e noduli bruni. Idem.
Tufo screziato di rosso e di bigio-verdiccio in parte compatto argilloide ed in parte composto di minuzzoli di rocce            litoidee e di cristalli di riacolite. Dalle Falanghe.
  "     bigio verdiccio, reso tenace per l’azione dei vapori di gas solforoso che l’attraversano, incrostate da falite rossa.       Idem.
  "    argilloide, bianco, terroso, plastico (che purificato dopo replicate lavande viene in commercio col nome di          bianchetto). Idem.
  "      screziato di bianco e di rosso violetto, terroso, plastico.
Idem.

. E’ ricoperta in gran parte questa montagna, infino all’altezza di circa 500 metri sopra al livello del mare, da una marna argillosa conchiglifera, la quale viene adoperata da quegli isolani per la fabbricazione delle stoviglie ordinarie e dei lavori di terra cotta per le costruzioni murarie, e si rinviene in specialità dal lato che guarda Casamicciola e dal lato di Fontana. Essa è per lo più di colore bigio-verdiccio misto spesso al bigio-rossiccio, piena di esili lamelle di mica argentina; s’unisce di leggieri coll’acqua formandovi una pasta consistente, si scioglie un quarto del suo peso negli acidi allungati, con viva effervescenza. Credo non sia cosa discara, indicare tutte quelle località dell’isola, dove si rinviene questa marna, affinché il viaggiatore possa agevolmente trovarla e studiare le sue condizioni geologiche. Essa giunge formando sottili strati infino all’altezza di 500 metri sul monte Vetta, racchiudendo a questa elevazione varii testacei fossili, tra i quali sono da annoverarsi i più comuni:

Buccinum prismaticum. Dal Monte Vetta.
Rissoa polita. Idem.
Turritella communis. Da Toccaneta di fianco a Fontana.
Nucula margaritacea. Idem.

Sulle pendici settentrionali dell’Epomeo la marna s’innalza con grande spessezza da non vedersi su che roccia riposa: ma probabilmente giace sopra il suo tufo; i fossili vi sono abbondanti, quantunque siano pochissime le specie; le più frequenti sono:
Buccinum prismaticum, comunissimo. Da Monte e da Casamicciola.
Solen coarctatus. Idem.
Rissoa polita. Idem.
Miliolites. Idem.
Natica Valenciennesii. Idem.
- sornida. Idem.
Cassis undulata. Idem.
Turritella communis. Idem.
Nucula poliana. Idem.
Murex vaginatus. Idem.
Fusus rostratus. Idem.
Qualche felce carbonizzata.

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